GROENLANDIA – Là dove vive un solo ebreo
Paul Cohen vive nel sud della Groenlandia, a Narsaq, e per quel che sa è l’unico ebreo di tutta la gigantesca isola. Non c’è una sinagoga, non c’è minian, e persino il ritmo delle giornate artiche sembra negare i ritmi del tempo ebraico: i lunghi crepuscoli polari rendono il concetto dello Shabbat meno tangibile. Riporta Simone Saidmehr sul Forward che quando Paul Cohen dice ai groenlandesi di essere ebreo, la risposta più comune è un’alzata di spalle: «È come dire loro che mi lavo i denti due volte al giorno». Si definisce «un ebreo culturale» e sente di appoggiarsi «intellettualmente e culturalmente, sulle spalle di tutte le generazioni di ebrei che mi hanno preceduto». La sua identità, in un luogo dove l’ebraismo è praticamente invisibile, fino a poco tempo fa restava un fatto privato, neutro. Il ritorno del dibattito sull’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti l’ha reso più popolare. Durante il suo primo mandato, Donald Trump aveva già evocato l’idea di acquistare l’isola, territorio autonomo del Regno di Danimarca, incontrando una decisa e diffusa opposizione locale. Oggi rilancia la proposta in nome della sicurezza nazionale, chiamando in causa la presenza russa e cinese nell’Artico, e Cohen guarda a questa retorica meno con l’occhio della geopolitica che con quello della memoria storica europea del Novecento. «Essere ebreo, il modo in cui penso, mi mette in una posizione particolare», dice, richiamando la conoscenza di una fase storica in cui gli Stati «cadevano come tessere del domino». È una sensibilità che pochi intorno a lui condividono: molti groenlandesi si dichiarano apolitici e preferiscono parlare di clima o di pesca piuttosto che di equilibri globali mentre Cohen ha una disposizione diversa, che – riporta Saidmehr – attribuisce alla tradizione ebraica: «Scavi e fai domande. Non possiamo farne a meno». Nella sua lettura la presenza statunitense sull’isola non è una novità bensì l’estensione di assetti consolidati: gli accordi di difesa tra Stati Uniti e Danimarca, attivi dal 1951 e aggiornati nel 2004, consentono a Washington di operare basi militari in Groenlandia. Un aumento massiccio delle truppe, ipotizza, incontrerebbe proteste, ma difficilmente un rifiuto netto. Fino a poco tempo fa Cohen immaginava il proprio futuro sull’isola. Oggi l’incertezza politica lo spinge a considerare un nuovo spostamento. Vive quella che definisce «una forma estrema di diaspora», dove l’ebraismo è quasi impercettibile, e proprio questa consapevolezza storica lo rende inquieto: «La nostra storia ci insegna a non sentirci mai troppo a nostro agio con lo status quo. In fondo noi stiamo sempre costruendo casa sulle sabbie mobili».