IRAN – Gli ebrei, la minoranza “utile”

La vicenda dei pochi ebrei rimasti in Iran è un nodo essenziale per comprendere le dinamiche della Repubblica islamica e, più in generale, la natura della politica iraniana nel XXI secolo. Spiega sulla Tribune Juive lo storico e saggista francese Yves Bomati che la comunità ebraica fra le più antiche del Medio Oriente, che contava quasi centomila persone, dopo la rivoluzione del 1979 si è ridotta a poche migliaia, tra emigrazioni forzate e pressioni quotidiane. La Costituzione della Repubblica islamica la riconosce formalmente come minoranza “tollerata” ma nel discorso politico e mediatico essa è spesso fatto oggetto di una atmosfera di sospetto. In un sistema politico in cui l’identità nazionale coincide con la teologia del clero e la sovranità assume i tratti di un messianismo rivoluzionario, la separazione ufficiale rivendicata tra ebraismo e sionismo dal regime iraniano, e funziona soprattutto come artificio retorico, utile a sostenere l’immagine che il regime costruisce di sé. La storia degli ultimi decenni mostra come, in periodi di conflitto con Israele o di tensione con l’Occidente, l’ebraismo iraniano non sia valutato per ciò che fa ma per ciò che rappresenta: un vettore di sospetto e di presunta doppiezza, se non di tradimento. In questa narrazione interna, che si fonda su letture ideologiche più che su fatti, qualunque espressione di solidarietà con Israele viene subito etichettata come spionaggio o collusione, e la distanza tra cittadinanza e fedeltà nazionale diventa un divario insormontabile ai fini della sopravvivenza sociale. Nel corso della storia moderna iraniana le minoranze hanno spesso oscillato tra periodi di relativa integrazione e momenti di feroce ostilità, ma il caso ebraico è esemplare proprio perché testimonia come un regime che si proclama rispettoso delle minoranze possa al tempo stesso creare condizioni di sospetto permanente, dove la “tolleranza” è sospesa alla volontà politica e la comunità è esposta alla logica di un capro espiatorio interno. L’analisi di questa situazione, continua Bomati, non può prescindere dal quadro più ampio delle relazioni internazionali iraniane: la retorica anti-israeliana e antioccidentale, che affonda radici nella rivoluzione khomeinista e nelle successive interpretazioni clericali dello Stato, è diventata un elemento costitutivo della legittimazione del potere. Tale retorica non riguarda soltanto le élite politiche ma permea l’immaginario collettivo attraverso media e istituzioni culturali, alimentando sospetti e congetture che legano l’identità ebraica locale alla geopolitica globale. In questo senso, gli ebrei d’Iran si trovano in una zona grigia dove la distinzione formale tra ebrei “non sionisti” e sionisti reali o immaginari è continuamente erosa da una narrazione che ha bisogno di figure simboliche per sostenere la propria coesione interna. Una minoranza storica diventa allora una risorsa narrativa funzionale a un discorso in cui la “minaccia esterna” e l’“inimicizia universale” sono costantemente richiamate. Questa logica produce effetti concreti: la comunità ebraica, già ridottissima numericamente, vive sotto una pressione permanente fatta di controllo sociale e di limitazioni implicite alla libertà di espressione e di associazione; la sua stessa sopravvivenza è legata alla misura in cui riesce a essere percepita come non soltanto non ostile ma passivamente acquiescente alla logica dello Stato. È un paradosso che riflette la natura profonda di un regime in cui il diritto formale non garantisce protezione reale, e dove la sopravvivenza di una minoranza dipende non dalla legge ma dall’interpretazione strumentale della sua esistenza nel più ampio conflitto tra Tehran, Gerusalemme e le potenze occidentali. In questa cornice gli ebrei iraniani sono ancora una volta indicatori delle tensioni che attraversano il Medio Oriente e delle contraddizioni di un ordine regionale in cui le identità religiose e nazionali si intrecciano in modi tanto intricati quanto funzionali al mantenimento del potere.

(Nell’immagine, il rabbino capo dell’Iran Yehuda Gerami parla da un podio con la scritta in farsi «L’ebraismo è separato dal sionismo»)