MEMORIA – Sebag Montefiore: Le parole sono state stuprate
Nel corso di un evento promosso dal Holocaust Education Trust al Parlamento britannico in occasione della Giornata della Memoria, lo storico Simon Sebag Montefiore ha lanciato un monito: non è più possibile dare per scontato il significato delle parole e, con esso, la forza della memoria stessa. Montefiore ha osservato come termini oggi in uso nel discorso pubblico, quali “diversity”, “equity” e “inclusion” – ossia diversità, equità e inclusione – siano spesso svuotati del loro significato originario e ricalibrati per servire fini diversi da quelli dichiarati: «Siamo in una lotta in cui le parole spesso finiscono per significare il loro opposto. Diversity è arrivato a significare discriminazione, equity ingiustizia, inclusive esclusione», ha detto. Questa svalutazione secondo Montefiore diventa tanto più pericolosa quando entra nel campo della critica storica e della memoria dalla Shoah, perché può favorire derive ideologiche che minano le basi stesse della consapevolezza delle persecuzioni del Novecento. Scrive Lee Harpin su Jewish News che nel suo intervento lo storico ha denunciato che negazionismo e distorsione della memoria stanno ritornando in modi e forme nuove, spesso mascherati da linguaggio umanitario o da giustificazioni di comodo. È un fenomeno da rintracciare in elementi di retorica ideologica che affondano le radici nella propaganda del periodo sovietico, in cui si costruivano simmetrie concettuali fra ideologie antitetiche. Una simmetria che contribuisce a una narrazione in cui la Shoah viene sminuita o reinterpretata come punizione collettiva per comportamenti successivi, piuttosto che come genocidio storico ben documentato. Nel denunciare questa tendenza Montefiore ha scalfito anche l’idea che la commemorazione universale dell’Olocausto sia automaticamente una garanzia di memoria vitale. Ha ricordato come, negli ultimi decenni, il processo di istituzionalizzazione della memoria abbia avuto il merito di portare la Shoah nel curriculum educativo di molti Paesi e di farne un simbolo di impegno contro il razzismo. Al contempo, però, questa universalizzazione – trasformata in procedimento rituale e in calendario di eventi – ha rischiato anche di neutralizzare la forza dirompente della memoria, rendendola un’abitudine formale piuttosto che un confronto vivo con la storia e le sue implicazioni etiche. Montefiore ha anche collegato queste derive linguistiche a tendenze più ampie nella società contemporanea. Ha raccontato di episodi di protesta che, sotto la bandiera di generiche istanze antirazziste, si sono tradotti in campagne di molestie contro imprese con legami israeliani, evocando immagini che gli hanno ricordato le fasi più oscure del Novecento. «Due o tre volte sarebbe esercizio del diritto di protesta, ma ogni settimana è molestia», ha affermato, sottolineando come la confluenza di linguaggi depotenziati e di attivismo aggressivo possa alimentare climi di intimidazione anziché dialogo. Un altro elemento sollevato da Montefiore riguarda la responsabilità delle istituzioni culturali e accademiche: università, media, ong e persino alcune organizzazioni filantropiche non sono immuni dal contribuire a questa distorsione, quando adattano la memoria dell’Olocausto a finalità strumentali. Di fronte a queste derive, lo storico ha lanciato un invito: è necessaria chiarezza e coraggio di linguaggio. Occorre difendere il significato profondo dei concetti antirazzisti e antisemitismo e non permettere che un gergo vuoto mascheri agende che polarizzano e confondono. La memoria dell’Olocausto, ha detto, deve tornare ad essere insegnata non come rituale di commemorazione, ma come un processo che celebra la vita e la cultura ebraica oltre la vittimizzazione, riflettendo la vastità della storia e degli apporti ebraici alla civiltà. In questo senso, Montefiore ha richiamato tutti – politici, educatori, studiosi e cittadini – a non abbandonare il senso originario delle parole, perché «l’Olocausto è iniziato con parole che hanno reso possibile disumanizzare le persone per la loro religione, razza e identità; poi si è mosso verso le leggi, i boicottaggi, e infine verso l’annientamento». La cura dell’uso delle parole, ha concluso, resta segno distintivo di una società civile e vigile.