MEMORIA – Sempre meno sopravvissuti, serve più pratica attiva

Nella ricorrenza del 27 gennaio, giorno in cui si commemorano le vittime della Shoah, va ricordato che il tempo è implacabile, e che la generazione che ha visto, vissuto e raccontato lo sterminio avanza verso la fine della propria testimonianza diretta. Secondo le stime diffuse dalla Conference on Jewish Material Claims Against Germany (nota come Claims Conference) basate su rilevazioni demografiche aggiornate, nel mondo esistono ancora circa 196.600 sopravvissuti ebrei che erano bambini o adolescenti al momento della Liberazione, che oggi sono di età molto avanzata. Lo segnala la Jüdische Allgemeine, riportando anche che si tratta di una riduzione significativa rispetto all’anno precedente, quando si contavano circa 220.000 sopravvissuti, misura tangibile di un’urgenza. Il passare degli anni riduce il numero di persone in grado di raccontare direttamente gli avvenimenti e mette in evidenza quanto fragile sia la trasmissione della conoscenza storica se non è sorretta da impegno educativo, culturale e istituzionale. Anche la distribuzione geografica dei sopravvissuti è di rilievo: circa la metà risiede in Israele, un riflesso dell’esodo successivo alla Shoah e dell’accoglienza che lo Stato ebraico ha garantito a chi aveva perso tutto; una quota rilevante vive negli Stati Uniti, in Francia e in Russia, mentre in Germania e in altri paesi europei la presenza di sopravvissuti è più modesta. Il dato demografico si intreccia con una realtà sociale e personale che merita attenzione: l’età media degli ultimi testimoni è elevata, molti hanno superato gli ottanta anni, una percentuale importante è ultra-novantenne, e una larga maggioranza è costituita da donne. La diminuzione del numero di sopravvissuti non deve essere letta come una notizia slegata dal contesto più ampio della memoria collettiva. Al contrario, sancisce una transizione epocale: stiamo passando da una fase in cui la testimonianza diretta accompagna la storia della Shoah a una fase in cui essa dovrà essere mediata da testi, archivi, istituzioni educative e testimonianze riportate. Il rischio di riduzione della memoria all’astrazione cresce se non si riconosce la specificità di questo passaggio generazionale, che non è una semplice perdita numerica ma un’istanza di responsabilità verso il futuro. Il ricordo della Shoah deve quindi tradursi in impegno pedagogico e in una pratica culturale che mantenga vivi i nomi e le voci di chi ha visto con i propri occhi l’abisso del genocidio, affinché la memoria sia per sempre un monito.