BOLOGNA – Al museo ebraico una mostra sui gerarchi in fuga

Al Museo ebraico di Bologna ha aperto la mostra “Gerarchi in fuga: dove scapparono i nazisti, chi li aiutò e chi li accolse”, un’indagine documentaria sulle reti di complicità e sui percorsi che permisero a migliaia di criminali di guerra di sfuggire alla giustizia internazionale.Come racconta la mostra, aperta fino al prossimo 30 giugno, molti di questi criminali passarono dall’Italia. Dove alti prelati della Chiesa cattolica li aiutarono a fuggire verso l’America Latina. Altri scelsero il Medio Oriente, dove furono accolti da governi arabi e milizie palestinesi. La mostra si pone in continuità con “Oltre i confini del Reich”, dedicata allo scorso anno a una delle figure di maggior spicco del nazionalismo arabo di quel tempo: Amin Al Hussaini, il Gran Muftì di Gerusalemme, che credeva nel totalitarismo e «valutava che anche per il Medio Oriente la soluzione del “problema ebraico” fosse l’eliminazione degli ebrei», ha sottolineato intervenendo all’inaugurazione il presidente del museo Guido Ottolenghi, che è anche uno dei curatori dell’iniziativa insieme a Ivan Orsini e Francesca Panozzo. Entrambe le mostre toccano temi complessi e in genere poco raccontati, con l’obiettivo di offrire nuovi strumenti di consapevolezza in un momento di crescente distorsione e pericolose sovrapposizioni. In tema Ottolenghi ha dichiarato di assistere «con angoscia» a quella che pare «una sistematica profanazione della memoria e del Giorno della Memoria attraverso eventi che ne usano la cornice per parlare d’altro, eventi che dovrebbero allarmare qualunque persona seria, al di là della bontà delle cause che si vogliono innestare sulla memoria della Shoah». Nessuno, ha detto Ottolenghi, «gradisce che al proprio funerale sia commemorato qualcun altro, e così risulta incomprensibile che a livello collettivo luoghi che hanno un preciso significato storico e politico, come Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema, vengano “occupati” da ricordi estranei». Ottolenghi si è chiesto: «Si può davvero sovrapporre la memoria dei partigiani con quella dei combattenti di Hamas, come fanno talune associazioni? La domanda non attiene alla bontà di una causa o dell’altra (su cui ognuno può farsi facilmente un’idea) ma sul fatto che, quando vediamo che i nostri ricordi e valori vivono solo se li si sacrifica a quelli di altri, dobbiamo prendere atto che non abbiamo più ricordi e valori». Per Ottolenghi, «chi si prende la responsabilità di questo sacrificio non sta esaltando una buona causa, ma sta sgretolando la memoria di una comunità».