CALCIO – Il no di Abed agli Emirati: «Sono israeliano, punto e basta»
Un contratto faraonico sul tavolo e una richiesta sorprendente: lasciare la nazionale israeliana per vestire la maglia degli Emirati Arabi Uniti. È l’offerta avanzata dal club emiratino Al Jazira a Tay Abed, 21 anni, uno dei talenti più promettenti del calcio israeliano. Milioni di euro garantiti, bonus vertiginosi a ogni vittoria e una prospettiva di centralità assoluta, in cambio della cancellazione della propria nazionalità. Abed ha detto no. «Credevano in me in modo insensato, come se fossi Lionel Messi», ha raccontato il giovane calciatore in un’intervista a Yedioth Ahronoth. «Ma non potevo accettare di rinunciare alla nazionale israeliana. Il mio paese è il mio orgoglio, rappresentarlo è il più grande onore, specialmente in questo momento. Nessuno mi toglierà il sogno di guidare la mia patria in un torneo importante. Sono prima di tutto israeliano. Nessuna somma di denaro, e si trattava di casse di denaro, può comprarmi. Sono israeliano, punto e basta».
Nato e cresciuto a Tel Aviv in una famiglia ebraica sefardita, Abed ha lasciato Israele molto giovane per inseguire il calcio in Europa. «Già da ragazzino sapevo che volevo andare all’estero, giocare ai livelli più alti». A 16 anni si è trasferito nei Paesi Bassi, entrando nel vivaio del PSV Eindhoven. «Sono andato via da casa molto giovane e in Olanda sono cresciuto tanto, come calciatore e come persona. Ho imparato a stare da solo, a gestirmi, a lavorare ogni giorno su me stesso».
Con il Jong PSV, la seconda squadra del club, ha giocato nella Eerste Divisie, la seconda serie olandese, accumulando minuti, gol ed esperienza. «È un campionato con tanta intensità e qualità. Giochi contro calciatori che hanno fatto la Champions League o i Mondiali. Mi ha dato fiducia e mi ha fatto capire di poter stare a certi livelli».
Lontano dai riflettori dei grandi stadi, Abed è rimasto però una presenza costante nelle nazionali giovanili israeliane, diventando una colonna dell’Under 20 e dell’Under 21. «Ogni volta che indosso quella maglia sento una responsabilità enorme. È qualcosa che va oltre il calcio».
A gennaio è arrivata la svolta. Il Levante, impegnato nella lotta per restare nella Liga spagnola, ha deciso di puntare su di lui. «Dopo aver parlato con l’allenatore ho capito che mi volevano davvero. Mi ha spiegato il progetto, mi ha detto che avrei avuto un ruolo importante. Ho sentito fiducia». La firma è arrivata pochi giorni dopo. «La Liga era un sogno da bambino. Arrivare qui a 21 anni è qualcosa di speciale, ma non è un punto d’arrivo. Voglio dimostrare di meritare questo livello».
Il debutto, per il momento, non c’è stato. In attesa del via libera per il trasferimento internazionale, Abed ha seguito dalla tribuna la prima vittoria casalinga stagionale del Levante, un 3-2 contro l’Elche. «Ero sugli spalti, volevo solo essere lì. Sentivo già di far parte del gruppo».
L’accoglienza in Spagna è stata positiva. «La squadra mi ha accolto benissimo. C’è rispetto, mi hanno fatto sentire subito a casa». Non sono mancate, però, le reazioni ostili fuori dal campo. «Sui social ho ricevuto anche messaggi d’odio, commenti con bandiere palestinesi. Succede, lo sapevo. Ma dentro il club non ho mai percepito ostilità». Anzi. «Hanno apprezzato il mio percorso, il fatto che arrivassi dall’Olanda».
Abed non nasconde l’ambizione. «Arrivare nella Liga a 21 anni è un sogno che si realizza, ma non voglio fermarmi qui. Voglio migliorare, crescere, fare il mio percorso». La fiducia è anche personale. «Io credo molto in Dio, penso che tutto arrivi dall’alto. Sono sereno».
Alla fine dell’intervista con Yedioth Ahronot, cita il padre, Kobi, imprenditore israeliano con un business negli Emirati. «Appena parlo di lui mi vengono le lacrime. È il mio modello da quando sono bambino». Un sostegno costante, silenzioso. «Da anni non dorme tranquillo perché vuole che io abbia il meglio. Tutto quello che sono lo devo a lui».
d.r.