VENEZIA – Dario Calimani: «Non ci si lavi la coscienza andando a lucidare pietre d’inciampo»
«Se la Shoah deve diventare un alibi, si smetta di commemorarla. Non ci si lavi la coscienza andando a lucidare pietre d’inciampo».C’era molta amarezza nel discorso pronunciato al Teatro La Fenice dal presidente della Comunità ebraica veneziana Dario Calimani. Intervenendo alla cerimonia cittadina per il Giorno della Memoria, alla quale ha preso parte anche il sindaco Luigi Brugnaro, Calimani non ha nascosto il proprio sconcerto per un antisemitismo in crescita vertiginosa. E se «nessuno se ne accorge», ha accusato, per chi lo vive ogni giorno «è sconvolgente». Calimani ha denunciato come in alcuni ambienti la Memoria sia ormai diventata un pretesto. Succede anche a scuola, ha spiegato con esempi concreti. «È davvero un governo di Israele a far risorgere il mostro millenario dell’odio antiebraico?», si è chiesto. «E se sì, è un effetto giustificabile? È davvero un conflitto, assurdo e disumano come ogni conflitto, a diffondere l’odio antiebraico in tutto il mondo, a provocare attentati alle sinagoghe e nelle spiagge, e aggressioni, intimidazioni e insulti per le strade delle nostre stesse città?». Calimani si è posto anche altre domande: «Dobbiamo chiederci se sia giusto e normale che agli ebrei del mondo venga chiesto di dissociarsi e dichiararsi innocenti di fronte alla catastrofe del Medioriente? E dobbiamo chiederci se vi siano altri cittadini al mondo che vengono invitati a rispondere di quanto avviene in un altro paese cui sono legati per storia, affetti o parentele? A noi, in quanto ebrei, viene chiesto di mettere a nudo l’intrico dei nostri sentimenti. A chi altro nel mondo?». La conclusione di Calimani è che «l’ebreo è tornato a essere un caso a parte, viene giudicato secondo standard ad hoc». Alla Fenice, il presidente degli ebrei veneziani ha ammesso «la forte tentazione, quest’anno, di non essere qui». Nell’esprimere la propria vicinanza alla comunità ebraica, Brugnaro ha dichiarato: «Non possiamo permetterci ambiguità sull’antisemitismo, su ogni razzismo, su ogni persecuzione, su ogni discriminazione e mancanza di rispetto: non possiamo permetterci di confondere la critica politica con l’odio verso un popolo o una fede». Riprendendo l’allarme lanciato giorni fa dal rabbino capo Alberto Sermoneta, il sindaco ha poi aggiunto: «Non possiamo permetterci che qualcuno, in questa città, viva con paura di mostrarsi per ciò che è. Io stesso ho indossato la kippah, nessuno deve avere timore a farlo».
Di seguito l’intervento tenuto dal presidente della Comunità ebraica veneziana Dario Calimani alla cerimonia cittadina per il Giorno della Memoria:
Il Giorno della Memoria è stato istituito nel 2000 dalla Repubblica italiana; la data scelta per la commemorazione, il 27 gennaio, è il giorno dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz.
Sei milioni di morti. Il rischio, quando si dice ‘sei milioni’ è di perdere il senso di sei milioni di vite cancellate in tutta Europa. In Italia non abbiamo neppure cercato i responsabili. Abbiamo esercitato il diritto all’oblio, ai fini della riconciliazione nazionale. Un crimine universale senza colpevoli e senza condanne. Solo nazisti, niente fascisti nostrani.
Il giorno della memoria non è un favore che si fa agli ebrei, non è un risarcimento. Nulla della Shoah è risarcibile, non lo sono le umiliazioni, l’emarginazione, le discriminazioni. Non sono risarcibili le leggi razziali e non lo sono i morti, né il dolore di chi è sopravvissuto e l’angoscia quotidiana di chi ne ha ereditato la storia.
La memoria della Shoah avrebbe dovuto essere un invito alla riflessione, un monito agghiacciante per il nostro presente contro l’indifferenza. Invece la si è metabolizzata, negata, ridimensionata, normalizzata. La si è strumentalizzata da ogni parte a fini ideologici. Lo si è fatto con il silenzio, e lo si è fatto con la parola, deformando il linguaggio, adattandolo a piacimento con analogie inaccettabili. Come se la Shoah sia stata il conflitto fra due soggetti avversi o un incidente della cronaca, e non uno sterminio studiato a tavolino.
‘Genocidio’ e ‘Olocausto’ sono state le parole più abusate per annullare un significato e una memoria: lo sterminio programmato di un intero popolo in tutta Europa. Un abuso del linguaggio denunciato anche da Antonia Arslan, riferendosi all’altro genocidio immane, quello del popolo armeno.
E tuttavia, ora che, attraverso i social, abbiamo il polso del diffuso sentire popolare, sappiamo che cosa si pensa della Shoah e degli ebrei. Nulla di molto diverso da quello che ne pensavano il fascismo e il nazismo: ebrei complottisti, detentori del potere e della finanza, profittatori, colonizzatori, ora perpetratori di un genocidio. Il pensiero politico e il pensiero popolare sono riusciti a congiungersi e a liberarsi finalmente di ogni problema di coscienza nei riguardi della Shoah. È, per noi, spaventoso leggere nel web che ‘Hitler non ha finito il suo lavoro.’
Dal 7 ottobre 2023 l’antisemitismo ha registrato una crescita vertiginosa. In Italia gli atti di antisemitismo sono cresciuti del 400 per cento. Naturalmente nessuno se ne accorge. Per noi che lo viviamo è sconvolgente.
La memoria della Shoah è diventata un pretesto. Abbiamo avuto la forte tentazione, quest’anno, di non essere qui. Alla fine, ha vinto il rispetto per le nostre famiglie sterminate. Ma rimangono interrogativi cui non sappiamo rispondere. È davvero un governo di Israele a far risorgere il mostro millenario dell’odio antiebraico? E se sì, è un effetto giustificabile? È davvero un conflitto – assurdo e disumano come ogni conflitto – a diffondere l’odio antiebraico in tutto il mondo, a provocare attentati alle sinagoghe e nelle spiagge, e aggressioni, intimidazioni e insulti per le strade delle nostre stesse città? Dobbiamo chiederci se sia giusto e normale che agli ebrei del mondo venga chiesto di dissociarsi e dichiararsi innocenti di fronte alla catastrofe del Medioriente? E dobbiamo chiederci se vi siano altri cittadini al mondo che vengono invitati a rispondere di quanto avviene in un altro paese cui sono legati per storia, affetti o parentele? A noi, in quanto ebrei, viene chiesto di mettere a nudo l’intrico dei nostri sentimenti. A chi altro nel mondo?
L’ebreo è tornato a essere un caso a parte, viene giudicato secondo standard ad hoc.
Non è odio antiebraico criticare un governo di Israele, come si criticherebbe qualsiasi governo di un qualsiasi paese. Lo abbiamo già affermato anche qui, a più riprese. Ma è odio antiebraico quando quella critica diventa condanna per tutto un paese, negazione del suo diritto all’esistenza e, infine, avversione per tutto un popolo sparso per il mondo. Se dopo il 7 ottobre l’antisemitismo è aumentato del 400 per cento, non si può negare che alla base dell’odio ci sia la catastrofe di Gaza e il messaggio distorto che ne deriva. L’ebreo è colpevole di avere un legame con Israele. E più l’ informazione sulle vicende terrificanti del Medioriente viene manipolata più aumenta l’odio.
Non c’è più tempo per il linguaggio diplomatico.
I dritti dei palestinesi vanno difesi, non con le concessioni al terrorismo, non con schieramenti faziosi che alimentano, chissà perché, nuovo antisemitismo.
A livello regionale, si sono tenuti, su Gaza, corsi di aggiornamento per docenti, con la partecipazione di testimoni del ‘genocidio’, senza contradittorio e con tanto di attestato di frequenza ‘ai sensi della normativa vigente’.
In licei, nella nostra città e di Padova, sono stati organizzati interi cicli seminariali di attività educative senza un contraddittorio. Dell’argomento Palestina si può parlare solo in un senso. La controparte non la si deve ascoltare. Neppure nelle università. Se qualcuno vuole proporre una narrazione diversa deve farlo altrove, sotto scorta.
La tragedia sanguinante di due popoli che da un secolo si stanno straziando è trattata a fini di proselitismo.
Non si possono manipolare termini come genocidio e colonialismo, sradicandoli dal loro contesto storico, e senza ascoltare la voce dell’altro: 1 milione di ebrei in fuga dall’Europa in fiamme, dopo la Shoah; 800.000 profughi ebrei dai paesi arabi; 80’anni di terrorismo e fondi occulti per finanziarlo; accordi di pace disattesi, e una situazione cronica, che ha generato odio e violenza che hanno travalicato i confini di Israele e Palestina. Sullo sfondo dell’unilateralità, l’attenzione, anche mediatica, ha relegato in secondo piano ogni altra tragedia dell’umanità–l’Ucraina, il Sudan, lo Yemen, il Myanmar, la Siria, la Nigeria. E vediamo in questi giorni le singolari timidezze sul massacro del popolo iraniano. Niente seminari, niente bandiere al vento, piazze vuote, nessun accordo culturale interrotto con le rispettive università. Qualche domanda sarebbe onesto porsela.
Ciò che colpisce maggiormente è sentir giustificare la visione monoculare del conflitto con il fatto che a scuola si è anche fatta attività sull’Olocausto e sulle pietre d’inciampo. Ossia Gaza contrapposta alla Shoah. Israeliani di oggi ed ebrei sterminati ad Auschwitz messi sul bilancino. Come se i sei milioni di ebrei sterminati fossero delegati a rispondere di quanto sta accadendo a Gaza. La Shoah non ha nulla a che vedere con quanto accade fra Israele e Palestina. A tirarla dentro è solo un antisemitismo strumentale e una retorica disonesta. Sarebbe stato più appropriato dire che a scuola si è anche fatto un seminario sui 1200 civili straziati il 7 ottobre, e un altro sulla storia esemplare di Hamas, che viene esaltata come resistenza, anziché denunciata come terrorismo.
Se la Shoah deve diventare un alibi, si smetta di commemorarla. Saremo grati a tutti per l’indifferenza e per l’oblio. Non ci si lavi la coscienza andando a lucidare pietre d’inciampo.
Ribadisco, a scanso di equivoci: nessuno qui intende difendere la politica di un governo israeliano– a ciascuno le sue responsabilità–né si chiede di zittire voci e opinioni, nessuno qui chiede ispezioni ministeriali o censura sull’autonomia didattica. Si chiede solo onestà di presentazione dei fatti e della complessità storica. Si lamenta la fragorosa assenza di un controcanto all’interno di un programma di una quindicina di eventi unilaterali che si configurano, così, non come un percorso culturale ma come propaganda. Manca la narrazione plurale, per quanto dura, per quanto irritante, per quanto dolorosa. Questo, sì, è un atto di silenziamento, che rischia di innescare negli studenti un’empatia non mediata e viscerale, priva di quello spirito critico che sarebbe proprio di un contesto educativo. Si orienta la percezione verso verità parziali, per quanto tremende siano quelle verità. È lecito temerne le ricadute, su studenti che potranno essere gli odiatori di oggi e di domani. È imbarazzante l’ignoranza con cui ci si confronta: nelle università e nelle piazze, abbiamo sentito migliaia di giovani gridare “dal fiume al mare.” Quel grido non è una denuncia del governo Netanyahu, ma la negazione del diritto all’esistenza di un popolo e la negazione della sua storia. Questo non è anti-israelianismo, ma antisemitismo.
A controbilanciare la lettura schierata del disastro palestinese non può essere addotta una commemorazione della Shoah.
La Shoah è diventata una storia da manipolare e da strumentalizzare. La Shoah non giustifica nulla di quanto accade oggi, e nulla di ciò che accade oggi può compensare a ritroso lo sterminio genocida di ieri. Quando si ideologizza la storia qualcuno finisce per pagarne il prezzo.
Gli attentati e le aggressioni di matrice antiebraica (non anti-israeliana) in Francia, in Inghilterra, in Germania, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, non nascono dal nulla, ma da una strategia meditata, organizzata e finanziata. Interrogarsi su questa realtà è una responsabilità a cui la politica e il mondo dell’educazione non possono sottrarsi. E, invece, anche la politica è restia a riconoscere l’antisemitismo di oggi e lo nasconde sotto il tappeto.
Parlare di Shoah, in queste condizioni, è difficile e imbarazzante. A fare retorica sui sei milioni si prova un senso di vergogna. L’erosione dei valori umanitari e la povertà della visione politica che definiscono il nostro tempo mettono in crisi ogni facile ottimismo.
La memoria della Shoah, per chi la voglia coltivare, non può essere un atto sporadico, può solo essere una durata continua, che informi il pensiero e il sentimento del presente, per tutti, ebrei e non ebrei, che ispiri ad ascoltare il dolore di tutti, nessuno escluso, o non vale il tempo che le si dedica.
Dario Calimani, presidente Comunità ebraica di Venezia