MILANO – «Antisemitismo attacco a valori della Repubblica»

La vicepresidente del Senato Licia Ronzulli alla cerimonia all'ex Albergo Regina

Di fronte all’ex Albergo Regina – uno dei luoghi simbolo della repressione nazifascista in Italia – istituzioni, associazioni e Comunità ebraica hanno aperto il Giorno della Memoria milanese con un messaggio netto: il ricordo non può esaurirsi in una commemorazione, ma deve tradursi in una responsabilità nel presente. In questo edificio nel cuore di Milano, a pochi passi dal Duomo, tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 le SS stabilirono il loro quartier generale. Da qui partirono arresti, interrogatori, torture e deportazioni verso i campi di sterminio.
«Non dimentichiamo quel passato; ma ricordare ha senso solo se diventa azione nel presente», ha affermato la vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli, richiamando la necessità di difendere i valori democratici. Soffermandosi poi sulla minaccia antisemita, Ronzulli ha espresso l’auspicio che il Parlamento possa arrivare a una legge condivisa e forte contro il riemergere dell’odio antiebraico. L’antisemitismo, ha spiegato, «non è un problema di una sola comunità, ma un attacco ai valori fondanti della nostra Repubblica». Per Ronzulli, che ha salutato una scolaresca presente alla cerimonia, «scuola e cultura sono strumenti decisivi contro l’odio e l’ignoranza, ma non possono bastare se non sono sostenuti da un impegno costante delle istituzioni».
Davanti alla lapide dell’ex Albergo Regina, l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Tommaso Sacchi, ha definito quel luogo una “soglia di memoria”: non solo un’iscrizione nel marmo, ma uno spazio che obbliga a fermarsi e a interrogarsi sul presente. «Qui si è consumata una parte della macchina dell’orrore nazista, resa possibile anche dalla collaborazione dei fascisti italiani», ha affermato, spiegando come i meccanismi che portarono al potere il regime fascista – la progressiva erosione delle libertà, il linguaggio dell’odio, la normalizzazione dell’intolleranza – non appartengano solo al passato. «Nessuna società è immune», ha avvertito.
«Il Giorno della Memoria non può ridursi a una ricorrenza rituale: ricordare luoghi come questo significa assumersi una responsabilità verso il presente, in un tempo segnato dal ritorno dei conflitti armati e da un linguaggio pubblico sempre più aggressivo», ha aggiunto l’assessore al Territorio della Regione Lombardia, Gianluca Comazzi.
Sulla vita dell’ebraismo milanese oggi si è soffermata Dalia Gubbay, assessore alla Scuola della Comunità ebraica di Milano. «Non abbiamo paura, ma siamo preoccupati: il “mai più” di cui tanto parliamo non può essere dato per scontato e deve restare legato alla conoscenza della storia e alla comprensione di ciò che accade oggi».
Durante la cerimonia, moderata da Marco Cavallarin, Marco Steiner, figlio di Mino (Milano, 13 maggio 1909 – Ebensee, 28 febbraio 1945), ha ricostruito la vicenda del padre e il suo antifascismo come scelta di vita. Fermato da squadristi fascisti il 16 marzo 1944, fu consegnato alle SS e trasferito a San Vittore; da lì iniziò un percorso di detenzione e deportazione da cui non fece ritorno. «Fu portato via da un regime che aveva cancellato ogni libertà. Scomparve, e da allora non se ne seppe più nulla». Guardando al presente, Steiner ha espresso una forte preoccupazione per il contesto internazionale: «Oggi la politica della forza ha preso il sopravvento, non c’è più la forza della politica. Le guerre generano soltanto morte e distruzione. Non convengono a nessuno. Dobbiamo essere presenti e dobbiamo resistere».
La cerimonia si è chiusa con l’intervento del presidente del Memoriale della Shoah di Milano, Roberto Jarach, che ha richiamato il valore dei luoghi della memoria come rete viva della città, dall’ex Albergo Regina al Memoriale della Shoah, e l’importanza di non darli per scontati. Jarach ha espresso preoccupazione per il calo delle visite al Memoriale: «È un dato evidente, quindi qualcosa nell’aria c’è, ma non abbiamo una diagnosi molto precisa». Un segnale che, ha osservato, richiede attenzione, così come il rischio che le cerimonie commemorative perdano il loro significato originario. «Il Memoriale non serve a guardare delle pietre, ma a far comprendere, soprattutto ai giovani, il valore della partecipazione alla vita civile», ha concluso Jarach, ricordando che «l’indifferenza resta il primo alleato dell’odio».

d.r.