ARTE – Propaganda, l’arma invisibile nelle opere degli studenti di Brera
La propaganda è «una vera e propria arma, dalla quale è difficile difendersi. Non è uno strumento bellico che colpisce solo la vittima diretta, ma il popolo nel suo insieme, perché orienta, indirizza, senza che ci si renda davvero conto di essere guidati», spiega Barbara Nahmad, docente di Tecniche e Tecnologie della Pittura dell’Accademia di Brera, a Milano. Ai suoi studenti, Nahmad, ha chiesto di riflettere sul significato della propaganda, non come concetto astratto, ma come esperienza quotidiana, spesso invisibile, ma centrale nella storia contemporanea.
Da questo invito ha preso forma Propaganda, la mostra inaugurata il 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, e allestita negli spazi del Passante ferroviario di Porta Venezia, in collaborazione con la Fondazione Artepassante, dove resterà aperta fino a inizio febbraio.
Ad accompagnare il percorso espositivo è l’analisi firmata da Riccardo Notte, docente di Antropologia culturale all’Accademia di Brera, che nel testo critico ricostruisce il pensiero e l’eredità di Edward L. Bernays, autore del saggio Propaganda (1928). Secondo Notte, Bernays non si limita a osservare i meccanismi della manipolazione, ma insegna come usarli: la sua è una strategia fondata sulla semplificazione del linguaggio e sull’attivazione delle emozioni collettive. «Un’idea semplice, diretta ma ben confezionata», scrive Notte, «meglio se riassunta in uno slogan o in una frase efficace, è in grado di orientare desideri, aspettative e rivalse». È questa, spiega, la forza della propaganda: offrire una lettura apparentemente chiara di un mondo complesso, dividendo la realtà in schieramenti netti, tra “buoni” e “cattivi”, e indicando di volta in volta dei responsabili.
Il percorso espositivo di Propaganda è composto da lavori eterogenei per linguaggi e formati, spiega Nahmad, pittrice e curatrice dell’esposizione. Non c’è un racconto lineare, ma una sequenza di opere frutto della riflessione dei singoli.
Un fucile costruito con mattoncini Lego è presentato come un oggetto quasi innocuo. I colori primari e il materiale associato all’infanzia attenuano l’impatto visivo dell’arma. Ma è proprio in questo scarto che l’opera si carica di ambiguità: ciò che appare gioco nasconde una violenza potenziale. La propaganda, suggerisce il lavoro, non si manifesta sempre in forma minacciosa. Spesso assume i tratti dell’intrattenimento, del consumo, della leggerezza.
In una natura morta, una mela è accostata a una bomba a mano. L’equilibrio compositivo richiama la tradizione pittorica, ma l’accostamento rompe ogni possibilità di neutralità. Il simbolo della vita, della conoscenza o della quotidianità convive con uno strumento di morte.
In un’altra opera, una grande mano nera occupa la parete. Dai polpastrelli partono fili rossi che muovono un burattino: il controllo esercitato dall’alto, la manipolazione che resta fuori campo ma governa i movimenti.
Su un grande telo una coppia di giovani donne, dai volti sfumati, è raffigurata davanti al Duomo di Milano, uno dei luoghi simbolici della città. Una delle due si avvicina all’altra e le sussurra qualcosa all’orecchio. Il gesto è intimo, quasi affettuoso. Ma inserito nel contesto, assume un valore diverso: la propaganda come voce bassa, come suggerimento che circola nello spazio pubblico, come condizionamento che passa attraverso relazioni di fiducia.
Nel loro insieme, le opere restituiscono sentimenti ricorrenti: impotenza, disorientamento, talvolta il desiderio di sottrarsi allo sguardo, spiega la curatrice. «Non ho chiesto agli studenti di fornire risposte, ma di riconoscere che il problema esiste», chiarisce Nahmad. Alcuni lavori, prosegue, «alludono a una forma di ritiro, come se l’unica difesa possibile fosse prendere distanza dal flusso continuo di immagini e messaggi. Credo che queste dinamiche le vivano in modo molto più profondo di noi».
L’auspicio, per Nahmad, è che ciò che resterà davvero agli studenti sia «la consapevolezza di aver sviluppato un pensiero critico rispetto alle informazioni che ricevono ogni giorno. È questo il punto essenziale».
In mostra sono esposte le opere di Romeo Belotti, Frida Isabelle Berrie, Daniele Caimi, Michele Maria Canditone, Pietro Chiarello, Filippo Colombani, Tommaso Frattini, Anna Gaeta, Viviana Gasparetto, Martin Hermann, Marta Leochko, Anastasya Lobanova, Giulia Martinelli, Luis Felipe Oviedo Pineda, Giulia Papetti, Arianna Pessina, Pascale Natalie Roman, Denis Romano, Sofia Samar, Ermes Sorbara, Alfonso Umali.
Daniel Reichel
(Foto Federico Puricelli)