MEDIO ORIENTE – Iran, minoranza ebraica rompe la linea: «Crisi colpa di Pezeshkian»
Mentre la tensione tra Stati Uniti e Iran aumenta, con il presidente americano Donald Trump che moltiplica ultimatum e avvertimenti al regime di Teheran, dall’interno del regime degli ayatollah emerge un segnale di insofferenza inatteso. Lo ha espresso una voce tradizionalmente attenta a non inimicarsi le autorità. Il rappresentante della minoranza ebraica nel Parlamento iraniano, Homayoun Sameh ha puntato il dito contro il presidente Masoud Pezeshkian, collegando l’esplosione delle rivolte – represse nel sangue dal regime – alle promesse non mantenute dall’esecutivo.
«Un segnale inusuale», scrive l’emittente israeliana Kan; una presa di distanza che riflette il crescente disagio interno, aggiunge Ynet, ricordando come la comunità ebraica iraniana abbia storicamente mantenuto un profilo prudente e allineato alle autorità.
In un’intervista citata dai media israeliani, Sameh ha riconosciuto di aver sostenuto l’attuale presidente. «Avevo fiducia in Pezeshkian e l’ho votato, ma la situazione che si è creata è anche frutto delle sue responsabilità», ha affermato, indicando nella pressione economica quotidiana il principale motore del malcontento popolare. Pur ribadendo che «la protesta è un diritto legittimo», ha sostenuto che «un livello così alto di rabbia può portare a conseguenze gravi per il paese».
Toni cauti ma critici anche sulla repressione, costata – secondo alcune stime – la vita a circa 30mila cittadini iraniani. Riferendosi alle notizie di incursioni delle forze del regime negli ospedali per arrestare e uccidere manifestanti feriti, Sameh ha sottolineato che «un ospedale è un luogo di cura e nessuno ha il diritto di attaccarlo», evitando di entrare nel merito del numero delle vittime ma riconoscendo che «le uccisioni continuano».
Nel suo intervento il rappresentante dell’ebraismo iraniano ha invitato a cambiare approccio verso i manifestanti. «Quando un bambino è arrabbiato, bisogna sostenerlo affinché la rabbia si dissolva, non colpire tutti», ha dichiarato, aggiungendo che «il ciclo della violenza può interrompersi nel breve periodo, ma non si spegnerà senza affrontare le cause profonde».
La Casa Bianca ha definito il regime di Teheran «mai così debole», ma da Israele e dal mondo arabo emergono valutazioni più caute sulla possibilità che la pressione militare americana possa tradursi in un cambio di regime. Secondo quanto riferito da Reuters, un alto funzionario israeliano coinvolto nei contatti tra Gerusalemme e Washington ha espresso dubbi sull’efficacia di un’azione limitata: Israele, ha spiegato, non ritiene che i soli attacchi aerei siano sufficienti a provocare il collasso del sistema di potere iraniano.