SANITÀ – Il laboratorio dell’ingiustizia: Israele e la sospensione del rigore scientifico

Nelle ultime settimane The Lancet, una delle più prestigiose riviste mediche internazionali, è diventato il teatro di uno scambio che dice molto sullo stato attuale della sanità pubblica globale. Non tanto per ciò che afferma sulla crisi sanitaria di Gaza, quanto per il modo in cui Israele viene trattato: non più come un caso complesso da analizzare, ma come un’eccezione morale a cui le regole ordinarie del metodo scientifico sembrano non applicarsi.

Tutto nasce da una corrispondenza che utilizza il termine “genocidio” come presupposto acquisito, integrandolo nel linguaggio sanitario come se fosse una diagnosi clinica. Indicatori epidemiologici estremamente complessi, come il crollo dell’aspettativa di vita, vengono presentati come prove definitive, senza un’adeguata discussione dei limiti delle fonti, del contesto bellico o della natura asimmetrica del conflitto. A questa presa di posizione ha fatto seguito una replica di altri medici e ricercatori che, senza negare la sofferenza dei civili, richiamavano principi elementari del metodo scientifico: cautela terminologica, distinzione tra civili e combattenti, prudenza nell’uso di dati provenienti da un’autorità sanitaria che opera sotto il controllo di Hamas.

In qualunque altro ambito, questo sarebbe stato un confronto legittimo. Ma la controreplica segna un passaggio inquietante: le obiezioni metodologiche non vengono discusse nel merito, bensì trasformate in imputazioni morali. Chiedere rigore diventa “negazione del genocidio”. Il dissenso scientifico viene così reinterpretato come colpa etica.

È qui che prende forma quella che potremmo definire l’“eccezione israeliana”. Israele diventa il caso per cui la soglia della prova si abbassa, il linguaggio si assolutizza, il metodo viene subordinato alla causa. Ciò che altrove sarebbe considerato inaccettabile — uso disinvolto dei dati, assenza di distinzioni analitiche fondamentali, adozione di categorie giuridiche come slogan — diventa improvvisamente legittimo.

Questa sospensione selettiva del metodo non si osserva con la stessa intensità in altri conflitti contemporanei, pur segnati da catastrofi sanitarie enormi. L’eccezione israeliana non è quindi un’anomalia, ma un modello: un laboratorio in cui la sanità pubblica smette di interrogare la realtà e inizia a certificare una colpa.

Lo stesso schema emerge anche in iniziative di settore che si pongono a metà tra l’attivismo e la divulgazione. Il prossimo convegno medico che si svolgerà a fine gennaio a Bologna, dal titolo ‘Distruzione di un sistema sanitario, genocidio di un popolo”, ne è un esempio concreto. Presentato con un taglio scientifico, si avvale della partecipazione di numerosi accademici e figure istituzionali, ma si svolge senza pluralismo, senza voci israeliane, senza un reale confronto sulle dinamiche della sanità in una guerra asimmetrica. Il quadro interpretativo è già deciso; il congresso serve a ribadirlo, non a discuterlo.

In questo clima diventa sempre più difficile porre domande legittime: sull’uso delle strutture sanitarie da parte di Hamas, sulla manipolazione politica dei dati, sui limiti strutturali delle stime epidemiologiche in guerra. Non perché manchino elementi di analisi, ma perché certe domande sono diventate moralmente proibite.

Israele, in questo senso, non è solo un bersaglio, ma un banco di prova. Se passa l’idea che, in nome di una causa ritenuta giusta, sia lecito sospendere il metodo scientifico e trasformare il dissenso in colpa morale, questo schema potrà essere applicato altrove. La storia della medicina insegna che ogni eccezione accettata tende prima o poi a diventare regola.

Difendere Israele da questo trattamento non significa difendere un governo o una politica. Significa difendere l’idea che la sanità pubblica debba restare uno spazio di analisi, non di scomunica. Perché una sanità che rinuncia all’universalismo smette, lentamente ma inesorabilmente, di essere sanità.

Bibliografia

De Vogli R., Montomoli J., Abu-Sittah G., Pappè I. Break the selective silence on the genocide in Gaza. Volume 406, No. 10504, pp688-689, pubblicato 16 agosto 2025.

Nobile B., Courtet P. Gaza: the urgent need for rigour over rhetoric. Corrispondence. The Lancet, vol. 407, No.10526, p336-337, pubblicato: 24 gennaio 2026.

De Vogli R., Montomoli J., Abu-Sittah G., Pappè I. Gaza: the urgent need for rigour over rethoric- Authors’reply, The Lancet, vol. 407, No.10526, p337-338, pubblicato: 24 gennaio 2026.

Daniele Radzik, Associazione Medica Ebraica