TORINO – Il Violino della Shoah risuona a scuola, dove iniziò la persecuzione
Nei depositi abbandonati di Auschwitz, dopo la liberazione del 27 gennaio 1945, Enzo Levy ritrova per miracolo il violino della sorella Eva Maria. È un Collin-Mézin di fine Ottocento, lo strumento che lei aveva portato con sé nel lager ed era stata costretta a suonare nell’orchestra del campo. Eva Maria non è sopravvissuta. Il violino sì. È danneggiato, segnato dalla permanenza nel lager, ma salvo. Enzo lo porta a Torino e lo affida a un liutaio perché venga riparato. Non tornerà mai più a riprenderlo: nel 1958 si toglierà la vita. Negli anni successivi lo strumento passa di mano in mano, viene recuperato da un collezionista e restaurato. Al suo interno viene ritrovata un’incisione: Der Musik macht frei, la musica rende liberi. Da allora, il violino – noto come il violino della Shoah – intraprende un percorso autonomo che lo riporta oggi, a più di ottant’anni, nel luogo da cui il suo ultimo proprietario era stato espulso: l’Istituto Sommeiller, la scuola torinese da cui Enzo Levy fu cacciato nel 1938 in applicazione delle leggi razziali.
Per Alessandra Sonia Romano, la violinista che ha fatto risuonare lo strumento nelle sale del Sommeiller, l’esecuzione ha avuto «un valore doppiamente emozionante». «È il luogo da cui Levy era stato espulso, la scuola in cui avrebbe voluto studiare», spiega. «A questo si è unito il ricordo della professoressa che ha riscoperto la sua storia: tante vicende che si sono intrecciate, rendendo il momento ancora più intenso e toccante».
Il riferimento è a Maria Rosaria Bartiromo, docente del Sommeiller, scomparsa nel gennaio 2025, che aveva fatto della memoria una parte integrante della didattica. «Maria Rosaria è sempre stata profondamente attenta ai temi della Shoah», racconta il marito, Sherif El Sebaie. «Aveva seguito un corso sull’insegnamento della Shoah e, per un concorso dedicato ai giovani, aveva svolto un lavoro di ricerca nell’archivio della scuola». Da quel lavoro, condotto insieme agli studenti, riaffiorano i nomi degli allievi ebrei espulsi nel 1938. «Tra questi c’era Enzo», prosegue El Sebaie. «Da lì, approfondendo, è emerso il legame con il Violino della Shoah: il violino della sorella Eva Maria, sopravvissuto al lager». Una scoperta che Bartiromo trasforma in un percorso didattico e in un racconto scritto con i ragazzi, facendo dei registri d’archivio uno strumento di restituzione di identità.
L’idea di far tornare a suonare quello strumento nasce allora, ma resta sospesa. «Quando Maria Rosaria mi raccontò questa storia, le dissi che sarebbe stato bellissimo far tornare a suonare quel violino», ricorda il marito. «Sapevamo che lo strumento era stato recuperato da un collezionista e suonato solo in alcune occasioni». Il tempo, però, per la docente del Sommeiller non basta.
Dopo la sua morte, avvenuta a ridosso del Giorno della Memoria, quell’idea, racconta ancora El Sebaie, non si spegne. «Ho sentito con una forza quasi inevitabile come proprio oggi dovessi dare forma al progetto che avevamo immaginato insieme». La decisione è quella di riportare il Violino della Shoah nella scuola in cui Bartiromo aveva insegnato e di affiancare al concerto un concorso letterario rivolto agli studenti. Nascono così lo spettacolo odierno e il premio Ali di Libertà, finanziato e sostenuto dall’associazione culturale Camis de Fonseca, pensati come strumenti educativi permanenti, in continuità con il lavoro didattico e civile portato avanti dalla docente.
In questa scelta si riconosce Sara Levi Sacerdotti, assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Torino e consigliera UCEI. «Quella di Bartiromo, delle sue colleghe, dei suoi studenti è prima di tutto una storia di impegno e di memoria attiva», osserva. «Per arrivare a questo concerto c’è stato studio, lavoro d’archivio, connessioni». È qui, aggiunge, che si coglie il senso del Giorno della Memoria: «Fare memoria del passato mantenendo lo sguardo rivolto al futuro è nello spirito della legge che lo istituisce».
Daniel Reichel