MILANO – Liliana Segre, la solitudine dell’orrore e l’antisemitismo che ritorna
«Allein?», ringhiava la SS, smistando a destra e a sinistra i deportati appena scesi dal treno. Era una delle pochissime parole tedesche che la tredicenne Liliana Segre conosceva: allein, sola. L’aveva imparata da una canzone allora popolare, “Wien, Wien, du Wien allein”. Un frammento quasi poetico nel cuore dell’orrore di Auschwitz. «Io non volevo restare allein, sola», ricorda Segre nel silenzio del Memoriale della Shoah di Milano, il luogo da cui 82 anni fa fu deportata.
Poco prima, racconta, era stata separata dal padre Alberto. Lo aveva salutato convinta di rivederlo. «Invece non l’ho visto mai più». Cercava di restare vicino alla famiglia Morais, incontrata a San Vittore: una madre «straordinariamente affettuosa», due figli poco più grandi di lei. Era stato il padre ad affidarla a quella donna, sapendo che all’arrivo avrebbero diviso uomini e donne.
Poi arrivò la selezione. «Al tedesco risposi di sì, che ero alleine. Mi mandò a sinistra. Alla signora Morais e ai suoi figli non chiese nulla e li mandò a destra. Morirono il giorno stesso. Io questo non potevo saperlo. Feci di tutto per raggiungere la signora Morais, non volevo essere allein, volevo ubbidire a mio padre. Ma con le SS non si poteva scegliere. Io rimasi in quella fila e sono ancora qui, a 95 anni, a raccontarvi questa storia».
Una solitudine su cui riflettere, vissuta da milioni di persone assassinate dalla macchina di morte nazifascista. Una solitudine a cui Segre ha risposto costruendosi una famiglia, diventando «una donna di pace», spiega al pubblico della cerimonia annuale organizzata al Memoriale dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con la Comunità ebraica milanese.
Una serata in cui il centro è la preoccupazione per un antisemitismo tornato ad avvelenare la società. Lo sottolinea il rabbino capo di Milano, Alfonso Arbib, riflettendo sulla natura umana. «Noi abbiamo la capacità di fare il bene, ma anche la capacità di fare il male», osserva. A frenare quest’ultima dovrebbero essere «la coscienza, la memoria storica, i valori morali». Ma questi argini possono crollare. «Tutto questo può essere superato se siamo convinti di avere idee terribili ma legittime, perché pensiamo di combattere per un fine nobile».
È qui che Arbib richiama «l’antisemitismo dei buoni». «Molto spesso si è antisemiti pensando di fare il bene», avverte. «Tutti gli antisemiti della storia hanno pensato di fare il bene, perfino i nazisti: con la loro terribile macchina di morte pensavano di fare il bene della razza ariana». Per questo invita a riflettere sulle proprie azioni e motivazioni: «Quando l’antisemitismo diventa nobile, è estremamente pericoloso».
C’è poi un altro punto che Arbib considera decisivo. «Parlare dell’unicità della Shoah non significa negare altre tragedie. Sarebbe assurdo». Significa però riconoscerne la specificità. «Oggi assistiamo a una negazione di questa specificità», nota, citando comunicati diffusi per il 27 gennaio che parlano di «sei milioni di persone sterminate» senza dire che erano ebrei. «Questo è un problema di oggi. E con questo problema dobbiamo fare i conti».
Sulla stessa linea l’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, che richiama la responsabilità collettiva di fronte al riemergere dell’odio. «I fenomeni di antisemitismo non hanno giustificazioni», sottolinea, nemmeno davanti ai drammi del presente. La memoria, insiste, «non è mai semplice conservazione: senza memoria si resta smarriti, costretti a sperimentare di nuovo». Non siamo condannati all’istinto di Caino, ribadisce il presidente della Cei citando rav Arbib, anche se viviamo «in tempi brutali», segnati da polarizzazione e linguaggi violenti che moltiplicano l’inimicizia. Zuppi ricorda l’incontro con Rachel Goldberg-Polin, madre di Hersh, ostaggio assassinato da Hamas. «Mi disse: “Non c’è una classifica del dolore” e chiedeva che il suo dolore non ne provocasse altro». Solo così, sottolinea, «si può interrompere la feroce catena della violenza, continuando a cercare l’indispensabile giustizia».
Sull’importanza dei luoghi della memoria si sofferma Roberto Jarach. Il Memoriale è «il teatro di uno dei fatti più gravi della Shoah italiana», da cui partirono i convogli verso Auschwitz «fino all’ultimo, fino a una settimana dalla liberazione del lager. Questo fa capire la determinazione dei nazifascisti nel compiere il genocidio». La memoria che nasce qui, spiega, «non è vendicativa né punitiva». Serve a capire «il punto di partenza della degenerazione dell’essere umano» e a parlare ai giovani per «aiutarli a costruire una coscienza civile».
Nei diversi interventi, a partire da quelli della Comunità di Sant’Egidio, viene ricordato il valore della testimonianza di Segre e la solidarietà espressa di fronte all’odio e alle minacce che continuano a colpirla. Lei, a riguardo, conclude: «La differenza tra la me di oggi e la tredicenne deportata in realtà non c’è. Io sono rimasta quella ragazza. Anche con tutto l’odio che mi riversano addosso, sono una donna di pace».
Daniel Reichel