POLONIA/2 – Andrea Bienati: «La cooperazione Berlino-Varsavia non è lineare»

Le frizioni tra Germania e Polonia relative ai campi di concentramento e sterminio nazisti non riguardano la ricostruzione storica dello sterminio degli ebrei d’Europa, ampiamente documentato come crimine pianificato e gestito dal regime nazista tedesco nei territori occupati, tra cui la Polonia. Il nodo sta nel modo in cui quella storia viene nominata, raccontata, commemorata e sostenuta oggi, sul piano politico, giuridico e anche materiale. Andrea Bienati, storico e docente di Storia e Didattica della Shoah, autore e comunicatore, ricorda che sul piano internazionale uno dei punti sensibili è l’uso improprio, ancora ricorrente nel discorso pubblico e nei media, dell’espressione «campi polacchi» o «lager polacchi» per riferirsi a luoghi come Auschwitz-Birkenau. Varsavia reagisce da decenni a questa formulazione, considerata scorretta e deformante, perché rischia di attenuare o spostare la responsabilità dei crimini nazisti dal loro contesto originario tedesco al territorio occupato in cui i campi erano situati. Non a caso, la denominazione ufficiale adottata dall’Unesco è “Auschwitz-Birkenau, campo nazista tedesco di concentramento e sterminio (1940–1945)”. Il tema linguistico non è marginale. Le autorità polacche insistono sul fatto che la precisione terminologica è un elemento essenziale per evitare ambiguità nella percezione storica internazionale, soprattutto per le generazioni più giovani e per un pubblico di non specialisti. Accanto alla questione del linguaggio resta aperto il contenzioso politico e morale sulle riparazioni di guerra. In questo contesto, Bienati sottolinea che «il problema è enorme ed è stato sollevato anche dal presidente della Polonia, ma affonda le radici in una questione più che annosa. La Polonia sostiene che lo Stato tedesco non ha pagato per i crimini della Seconda guerra mondiale, e questo non è un modo per creare un mondo di pace». 

L’idea che la Germania debba ancora pagare i risarcimenti è diventata centrale da quando il presidente Lech Kaczyński sollevò la questione nel 2006. Vent’anni dopo si torna su un tema che emerge in maniera ricorrente, specchio di un dibattito che non riguarda i fatti storici quanto l’interpretazione pubblica di quei fatti. Per Bienati il fatto che l’attuale presidente Karol Nawrocki, con una formazione da storico, dica queste cose durante la commemorazione della liberazione di Auschwitz è molto potente: «Non è solo una questione economica, riguarda il modo in cui la Germania tratta la memoria.» Questa riflessione si intreccia con un fatto che non pare essere entrato nella percezione comune, spiega Bienati: «Durante la guerra la Polonia non era indipendente come oggi». Come osserva lo storico, «La cooperazione sul campo esiste ed è portata avanti da molte persone competenti e di buona volontà, ma non è lineare». Ci sono altre ferite della memoria, continua: «Un altro nodo riguarda l’annessione di parti della Polonia al Reich – ad esempio Danzica, o la Pomerania – e che la leva obbligatoria nella Wehrmacht per molti giovani polacchi. Va ricordato, anche perché cambia il modo in cui viene letto il comportamento di coloro che vi sono stati coinvolti. È una storia che è stata raccontata per esempio dal Museo di Danzica in una mostra intitolata “I nostri ragazzi”.

Storie forse poco note al di fuori degli ambiti accademici, che ricordano quanto sia complesso occuparsi delle scelte individuali di persone cresciute in territori annessi al Reich, e quindi sotto una propaganda martellante ed efficacissima».

Il linguaggio della memoria, poi, cambia nel tempo: «Appena finita la guerra si parlava di “crimini tedeschi”. Negli anni Cinquanta e Sessanta si afferma l’espressione “crimini hitleriani” (nel frattempo ci sono stati i processi Norimberga in primis, e la divisione della Germania con il Muro). Negli anni Settanta si parla di “crimini fascisti” e poi con la legge del febbraio 2018 si arriva invece a “crimini nazionalsocialisti tedeschi in Polonia”: è una formulazione che impedisce ogni fraintendimento, frutto di una decisione autonoma di uno Stato sovrano, ed è una definizione accettata anche dai tedeschi. È la più esaustiva anche perché tiene conto di due preoccupazioni: la prima è che ci si approcci a questi temi e a questi periodi in modo superficiale; la seconda è che basti una parola detta in fretta, troppo generica, per scatenare una sorta di buonismo per cui, alla fine, tutti risultano colpevoli. Se tutti sono colpevoli non si riesce più neppure a stabilire confini chiari tra vittime e persecutori». Un esempio delle frizioni culturali è emerso anche nel mondo televisivo: nel 2013 la serie tedesca intitolata “I nostri padri e le nostre madri” riaccese le tensioni perché in Polonia fu contestato il fatto che pur riconoscendo i crimini nazisti gettasse ombre sui partigiani polacchi. La reazione fu una protesta civile: vennero affissi manifesti che ribaltavano il titolo in “I vostri padri e le vostre madri”, accompagnati da immagini di nazisti e di fosse comuni. Al di là delle dispute terminologiche e simboliche, evidenzia Bienati che «esistono però anche molti percorsi di cooperazione, come per esempio un progetto approvato dal Bundestag per un memoriale dedicato alle vittime polacche, a Berlino, o il lavoro di ricerca congiunto sui più di 200 mila bambini polacchi sottratti alle famiglie e selezionati per “indole e razza” e affidati a famiglie ariane sterili, o l’ostello di Oświęcim per l’incontro dei giovani, fondazione per la riconciliazione polacco-tedesca nata nel 1992». 

Il problema della memoria tra Polonia e Germania, sottolinea Bienati, è soprattutto politico e narrativo: «La posizione polacca è che la Germania abbia fatto sì i conti con la Shoah, ma non con le vittime polacche della Seconda guerra mondiale» e in questo senso la richiesta di risarcimenti appare in larga misura un gesto con forte valenza simbolica più che pratica: «È un gesto morale, in un momento in cui la Polonia è una delle economie forti dell’Unione europea e guarda negli occhi il suo competitor diretto. È una situazione molto più stratificata e che ha molto a che fare con una visione ampia, con una vera e propria politeia, si tratta di piani internazionali più ampli di quanto potrebbe parere, in realtà». Sono tensioni che emergono in maniera più evidente sul piano concreto della gestione e della manutenzione dei siti memoriali dei campi: la maggior parte si trova oggi sul territorio polacco e richiede investimenti ingenti per la conservazione delle strutture e degli oggetti appartenuti alle vittime. 

La Germania ha contribuito nel tempo con finanziamenti, tra cui il sostegno alla Fondazione Auschwitz-Birkenau, ma sono contributi che non coprono l’intero fabbisogno e non si estendono in modo sistematico agli altri campi presenti in Polonia, come Treblinka, Sobibór, Majdanek, Gross-Rosen o Stutthof. Il peso economico della conservazione della memoria dei crimini nazisti così pare ricadere in modo sproporzionato sul paese occupato, che pure non è stato responsabile della creazione e gestione dei campi. In anni recenti, poi, alcuni tribunali polacchi hanno riconosciuto il diritto dei sopravvissuti o dei loro discendenti a intraprendere azioni legali contro editori stranieri per l’uso di espressioni ritenute storicamente false, come “campi di sterminio polacchi”. Sentenze che mostrano come il conflitto tra memoria, linguaggio e responsabilità non sia solo diplomatico ma attraversi anche il diritto e il dibattito culturale europeo. Nel complesso, il confronto tra Germania e Polonia sui campi nazisti non si esaurisce in una disputa bilaterale, ma solleva una questione più ampia: chi custodisce la memoria dello sterminio, con quali parole e con quali risorse. Una domanda che, come ricorda Bienati, continua a interrogare l’Europa contemporanea ben oltre il piano delle relazioni tra Stati.

Ada Treves