MEMORIA – Addio a Gilberto Salmoni, ultimo sopravvissuto italiano a Buchenwald
«Buchenwald è stato per tutti dolore, per molti dolore e morte. Per molti è stato anche un seme di riflessione profonda ed eccezionale». Gilberto Salmoni impiegò quasi mezzo secolo prima di trovare le parole. Per anni mantenne il silenzio sul suo passato di deportato, tentando di seppellire l’orrore nella vita quotidiana: il lavoro, la famiglia, il futuro. Lo racconta lui stesso nell’autobiografia Una storia nella storia (ed. Frilli): la Shoah non fu dimenticata, ma accantonata, messa da parte per sopravvivere. Poi, negli anni Novanta, la memoria si sbloccò e Salmoni cominciò a parlare, definendosi un «resistente nel lager». Un «combattente disarmato», come si è sempre sentito, rimasto in piedi per consegnare alle nuove generazioni un’idea di Italia e di Europa diversa da quelle che avevano inghiottito ad Auschwitz il padre Gino, la madre Vittorina Belleli e la sorella Dora. «Voglio lanciare un messaggio: L’Europa unita è una grande conquista, una vera bellezza. Non roviniamola», dichiarò nel 2019 intervenendo al Parlamento italiano.
Un messaggio da ricordare oggi che Salmoni, a 97 anni, è morto nella sua Genova. Con lui se ne va l’ultimo sopravvissuto italiano di Buchenwald, l’ultimo genovese sopravvissuto alla Shoah. Era nato il 15 giugno 1928, il più piccolo di tre figli, in una famiglia ebraica ben inserita nella vita cittadina. Le leggi razziali del 1938 segnarono una frattura netta: Gilberto fu espulso dalla scuola pubblica, il padre perse il lavoro, le amicizie si diradarono, le strade, un tempo familiari, divennero ostili, raccontò Salmoni. La normalità si sbriciolò in una sequenza di divieti, umiliazioni e paure, spiegava nelle sue testimonianze.
Nel 1944, quando aveva sedici anni, la famiglia, come molti ebrei, tentò la fuga verso la Svizzera. E come molti, furono respinti e poi arrestati alla frontiera dalle autorità fasciste della Repubblica sociale italiana, probabilmente traditi da un passatore. Iniziò così la deportazione: le carceri di Bormio, Tirano, Como, Milano San Vittore, poi il campo di transito di Fossoli. Ad agosto arrivò la separazione dai genitori e dalla
sorella Dora, ferita gravemente durante un bombardamento alleato su Fossoli: i tre furono deportati ad Auschwitz e assassinati all’arrivo. Gilberto e il fratello maggiore Renato, medico, furono invece deportati a Buchenwald, in Germania.
«Il campo, oltre il filo spinato di recinzione, era circondato da un bosco, un bosco di faggi; questo è il significato letterale di Buchenwald: foresta di faggi. Oltre il bosco si apriva la pianura, e nella pianura un paesetto di campagna. Questa immagine di un mondo esterno di normalità stringeva il cuore», scriveva Salmoni nella sua autobiografia. La vita nel lager, spiegava, era fatta di «cambiamenti continui, di sparizioni improvvise, di un’umanità che si sfaldava senza rumore». Per sopravvivere bisognava restringere lo sguardo, indurirsi.
Accanto alla violenza arbitraria e alla paura costante, Salmoni riconobbe nel campo anche una solidarietà severa, essenziale, mai sentimentale. Scrive che nel lager non si poteva vivere da soli e che la sopravvivenza dipendeva dal gruppo, da poche persone fidate. Ricorda come il furto ai compagni fosse considerato uno dei reati più gravi, perché distruggeva l’unica possibilità di resistere. Anche l’aiuto reciproco, spiega, non aveva nulla di sentimentale: non era bontà, ma equilibrio. Col tempo, Salmoni riconobbe in quella solidarietà vigilata una delle ragioni decisive della sopravvivenza. Lui superò la violenza del lager restando vicino a Renato, che lo protesse e lo aiutò a resistere. Mentre Gilberto si adattava, il fratello cercava di capire i meccanismi del campo, entrava in contatto con la resistenza clandestina dei prigionieri politici, con chi preparava sabotaggi e attendeva l’arrivo degli Alleati. «Mio fratello apparteneva a una categoria diversa dalla mia… cercava qualcosa di più dell’adattamento», scrisse, riconoscendo in quella scelta una delle ragioni della loro sopravvivenza.
Liberato l’11 aprile 1945 dall’esercito americano, Salmoni tornò a Genova dopo un lungo viaggio. Studiò ingegneria, lavorò per vent’anni all’Italsider, poi si laureò anche in psicologia e si specializzò in psicologia sistemica. Costruì una famiglia, una carriera, una quotidianità solida. Per molto tempo il lager rimase chiuso in un angolo della memoria. Quando decise di riaprirlo, lo fece anche attraverso i libri e l’impegno civile: incontrò migliaia di studenti, tornò più volte a Fossoli, dedicò la sua vita alla testimonianza. Nel 2018 consegnò all’Istituto ligure per la storia della Resistenza la valigia della sorella Dora, conservata per oltre settant’anni: un oggetto minimo, carico di assenze.
Non raccontava per rievocare l’orrore, ma per insegnare a riconoscerne le premesse. Diffidava delle semplificazioni, delle retoriche consolatorie, dei nazionalismi. Nelle sue pagine si definiva con amara ironia «un don Chisciotte solo», che «inciampa, cade e si rialza». Continuava a credere che raccontare fosse un dovere. «Non per eroismo», scriveva, «ma per responsabilità».
Pochi giorni prima della scomparsa, la sua città lo ha simbolicamente richiamato a sé. In occasione del Giorno della Memoria, Salmoni ha ricevuto il Grifo d’Oro, la massima onorificenza civica di Genova, per il contributo dato alla memoria storica e alla cultura democratica. Occasione in cui il sopravvissuto a Buchenwald ha affidato ai giovani il suo ultimo appello: «Spero che sappiano apprezzare la società in cui viviamo e quella dei paesi vicini, che coltivino rapporti di amicizia e che, quando nascono inimicizie tra Stati, lavorino per cancellarle, anche cercando soluzioni difficili, purché evitino scontri come quelli che hanno segnato la mia giovinezza».
I funerali di Salmoni si terranno martedì 3 febbraio alle ore 10, al tempio laico del Cimitero Monumentale di Staglieno.
Daniel Reichel