7 OTTOBRE – In “missione” da San Frumenzio al Pitigliani

Tutto è iniziato con la telefonata accorata di Mimi Navarro dell’Associazione Italia-Israele di Milano, che mi ha chiamata da Gerusalemme con una richiesta urgente di recarmi in Italia: «Tramite conoscenze comuni mi ha contattata un’attivista del gruppo Cittadinanza Attiva della Parrocchia di San Frumenzio a Roma, chiedendomi di aiutarli a trovare voci israeliane che partecipassero al dibattito che stanno organizzando, con testimonianze di israeliani e palestinesi. Roma è la tua città: tu e Yehuda saprete come parlare e come conquistare i cuori. Parteciperanno due donne palestinesi del Movimento dei Focolari che vivono in Italia e che vanno spesso in visita nella West Bank. So quanto sia difficilissimo affrontare molti di questi temi, ma dobbiamo provarci».
Ho esitato. Andare in missione di informazione in questi giorni… L’immagine di Israele è drammatica. La storia d’amore tra Bibi e Trump, le violenze nei Territori e la guerra incessante a Gaza alimentano l’odio nei nostri confronti. Continuo a intervenire in video e in programmi televisivi, ma ricevo spesso minacce e insulti da ogni parte d’Italia, e l’idea di partire mi spaventava un po’, a dirla tutta.
Ma come pensare al peggio quando Yehuda è al mio fianco? A Sasa, durante tutto il periodo dell’evacuazione, sotto i razzi di Hezbollah, mi ha dato un senso di serenità anche nei momenti più tragici.
«Cosa potranno mai farci alcuni attivisti pro-Palestina? Andrà tutto bene, stai tranquilla», mi ha detto.

Abbiamo deciso di invitare anche la mia amica palestinese Samar Sahhar, perché raccontasse ciò che Hamas ha fatto all’orfanotrofio di cui si occupava a Betania, vicino a Ma’ale Adumim: come è stata cacciata perché cristiana, come ragazze di 13 e 14 anni sono state rapite e costrette a sposare uomini anziani e come oggi viva in esilio nel quartiere latino di Gerusalemme.

Le abbiamo chiesto di raccontare la verità sulle accuse di apartheid nei nostri confronti, su come si vive qui, fianco a fianco, ebrei e arabi. Ha acconsentito subito con entusiasmo e ci ha raccontato di aver insistito per ottenere un passaporto israeliano: «Presentatemi come un’araba israeliana orgogliosa», ci ha chiesto.

Quando arriviamo a questi incontri, altri centri colgono l’occasione per invitarci ad ascoltare una testimonianza diretta da Israele, diversa da quella raccontata dai media, percepiti come sempre più ostili. Quando Raffaele Sabbadini della Comunità ebraica e Flavia Di Castro, attivista nella lotta contro l’antisemitismo, hanno saputo del nostro arrivo, si sono subito attivati per organizzare un incontro anche al Pitigliani, il Centro della Cultura Ebraica di Roma.

Sapevamo che le relatrici palestinesi, nonostante il titolo dell’incontro fosse “Il dialogo è possibile”, avrebbero espresso critiche dure nei nostri confronti. Abbiamo quindi deciso di costruire il nostro intervento sullo spirito positivo che siamo riusciti a mantenere, nonostante il dolore insanabile del 7 ottobre, la lontananza da casa, la minaccia costante dei missili e degli attentati e la fatica fisica e psicologica.

Abbiamo raccontato di come siamo riusciti a raccogliere tutto il raccolto nei frutteti, di come in Galilea si stiano ampliando le fabbriche, di come l’Università di Tel Hai abbia ripreso a pulsare, anche se una percentuale ancora alta degli abitanti non è tornata a Kiryat Shmona. Abbiamo parlato dell’enorme lavoro delle tante organizzazioni per la pace in Israele, che fanno ogni sforzo per aiutare i palestinesi a ripiantare le aree incendiate e devastate, per incontrare, incoraggiare e sostenere chi, come noi, desidera una vita più serena.
Alla fine dell’incontro, una donna ha chiesto la parola e, con un’espressione ironica — a metà tra il serio e il faceto — ha detto: «Sono davvero confusa… voi raccontate una specie di paradiso terrestre, dove mangiate mele, coltivate uva e bevete vino, mentre dall’altra parte della barricata ogni giorno vengono massacrati bambini dalle IDF…».

A quel punto è esploso tutto ciò che ribolliva nello stomaco di gran parte del pubblico e si sono levate le urla dei presenti:
«E cosa ci dite di Netanyahu, criminale di guerra, assassino di neonati e di donne incinte? I vostri soldati si suicidano perché non riescono a sopportare ciò che hanno fatto a Gaza!».

È arrivato il momento più insopportabile, in cui gli orrori perpetrati dai terroristi di Hamas nelle nostre comunità del sud — e quelli che continuano a programmare — vengono imputati ai nostri soldati. La pazienza, la buona volontà, il desiderio di dialogo, di pace e di comprensione reciproca si mescolano alla frustrazione, al dolore e alla rabbia, e senti che devi spiegare la verità con determinazione e chiarezza.

Abbiamo risposto con calma ma con franchezza:
«Noi non abbiamo votato per Netanyahu, ma né lui né i nostri soldati sono mai entrati, in un giorno di festa, nelle case di gente innocente per fare a pezzi e massacrare con crudeltà intere famiglie. I nostri soldati sono i nostri figli, accorsi per aiutare. È vero che ancora oggi non si sono ripresi da ciò che hanno visto a Kfar Aza, a Be’eri, e da ciò che è rimasto dei giovani che danzavano al festival Nova, e in ogni luogo dove è passata la furia di Hamas.

Vi è difficile capirlo, ma il DNA del popolo ebraico è composto da materiali antichi, forgiati in lunghi periodi di distruzione, paura, persecuzione, tentativi di annientamento e genocidio. Abbiamo sviluppato un DNA speciale che ci impedisce di disperarci, che ci dà la forza di continuare a non arrenderci anche quando tutto sembra perduto. Per questo, signora, continuiamo a raccogliere e a mangiare i frutti del nostro lavoro, a sviluppare, a fare ricerca, a generare e a educare a un futuro migliore, di pace».

Alla fine della serata alcune persone sono venute ad abbracciarci, a ringraziarci per cose che non avevano mai sentito prima. Altre se ne sono andate senza volgere lo sguardo. Ma forse hanno continuato a riflettere.

Al Pitigliani l’atmosfera era diversa. Sono venute persone con cui sono cresciuta, che ci hanno sostenuto negli anni della nostra attività nell’Hashomer Hatzair a Roma, che leggono i miei articoli o mi seguono sui social (nell’ultimo anno, ogni volta che pubblico un video di informazione raggiungo tra le 15.000 e le 50.000 visualizzazioni, anche se non tutti sono sostenitori).

Lì abbiamo percepito la disperazione, la sensazione difficile da placare che l’atmosfera ostile degli anni Trenta stia tornando senza che ce ne accorgiamo. Succede nelle università, nel commercio, con amici d’infanzia che smettono di farsi vivi perché sei ebreo, quindi sionista e sostenitore di Israele e delle sue colpe.

Abbiamo cercato di infondere coraggio, di trasmettere il messaggio che non bisogna disperare, ma essere pronti. La sorveglianza rigorosa in ogni istituzione ebraica, in ogni città d’Italia e d’Europa, è una necessità. Non ci faremo trovare di nuovo impreparati. Non fuggiremo e non ci nasconderemo.

Il governo di Israele commette molti errori, ma non rappresenta l’intero popolo, né in patria né nella diaspora. Siamo orgogliosi dei nostri soldati, dei nostri insegnanti, del nostro sistema educativo, di chiunque creda nella pace, nella convivenza e nel dialogo. Non con i terroristi, non con gli odiatori violenti, ma con chi vuole costruire un Medio Oriente in cui si possa vivere serenamente.

Sarebbe stato facile dire: «Se avete paura, fate l’aliyah». Io sono orgogliosa della mia scelta di cinquant’anni fa, ma capisco che questa non è una risposta per chi ha costruito lì tutta la propria vita.

Siamo arrivati a Roma di venerdì e siamo tornati a casa lunedì, a Sasa, al lavoro a Beit El e a Tel Hai, alle nostre famiglie, alla speranza e agli ideali, ai nostri valori, a tutto ciò che nessuno potrà mai toglierci.

Angelica Edna Calò Livne