ISRAELE – Attaccare o no l’Iran, il paese si divide

«Non siamo ingenui», ha assicurato l’inviato statunitense Steve Witkoff durante il colloquio con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i vertici della sicurezza israeliana. Tre ore e mezza di incontro in cui Netanyahu ha tracciato le linee rosse per qualsiasi accordo con Teheran: zero arricchimento dell’uranio, rimozione delle scorte già accumulate, stop al programma missilistico balistico e fine del sostegno iraniano ai gruppi armati alleati nella regione. Il vertice tra Stati Uniti e Iran previsto per venerdì a Istanbul potrebbe ridurre le tensioni o, al contrario, accelerare la decisione del presidente Usa Donald Trump di colpire il regime iraniano. Un’ipotesi sulla quale l’opinione pubblica israeliana appare divisa, come emerge dall’ultimo sondaggio dell’Israel Democracy Institute.
L’indagine, condotta tra il 25 e il 29 gennaio su 755 cittadini israeliani, sottolinea che «l’opinione pubblica israeliana è quasi equamente divisa sulla questione del possibile coinvolgimento in un attacco americano contro l’Iran». Il 50% degli intervistati ritiene che Israele dovrebbe intervenire militarmente solo in caso di aggressione diretta da parte di Teheran, mentre il 44% sostiene un coinvolgimento immediato al fianco degli Stati Uniti.
Il sondaggio evidenzia differenze tra le componenti della società. «Nel campione ebraico, la quota di coloro che sostengono il coinvolgimento immediato è leggermente superiore rispetto a chi preferisce la partecipazione solo in caso di attacco iraniano (48% contro 46%)». Tra gli arabi israeliani, invece, «la maggioranza è favorevole al coinvolgimento solo se l’Iran attacca Israele (67%)».
Anche l’orientamento politico incide sulle risposte. Nel campione ebraico, «a sinistra e al centro la maggioranza è favorevole al coinvolgimento israeliano solo se l’Iran attacca per primo», con percentuali pari rispettivamente al 63% e al 55%. «Tra gli elettori di destra la maggioranza sostiene invece la partecipazione diretta fin dall’inizio» (55%), anche se una posizione chiaramente favorevole all’attacco preventivo emerge solo tra chi si colloca nella destra più conservatrice.

Il sostegno al “Board of Peace” di Trump
Il sondaggio analizza anche l’adesione israeliana al cosiddetto Board of Peace promosso dal presidente Trump. Nel complesso, una lieve maggioranza degli intervistati considera corretta la decisione di Gerusalemme di partecipare: il 51% ritiene che Netanyahu abbia fatto bene ad aderire, mentre il 30% giudica la scelta sbagliata. Resta significativa la quota di indecisi (19%). Più scettiche risultano le valutazioni sull’efficacia dell’iniziativa. Tra gli ebrei israeliani, la maggioranza (54%) ritiene che il Board non sarà in grado di contribuire alla risoluzione dei problemi di Gaza garantendo al tempo stesso la sicurezza dello Stato ebraico. Tra gli arabi israeliani prevale una posizione più fiduciosa: il 42% ritiene che l’organismo possa contribuire a risolvere i problemi dell’enclave palestinese mantenendo la sicurezza di Israele, mentre il 24% si dichiara incerto.

Il dibattito sugli aiuti militari americani
L’indagine affronta anche il tema della dipendenza strategica dagli Stati Uniti, dopo che Netanyahu ha indicato l’obiettivo di ridurre progressivamente gli aiuti militari americani fino ad azzerarli, sottolineando la crescente forza economica e militare di Israele. La prospettiva divide l’opinione pubblica: il 49% degli intervistati ritiene che una simile scelta danneggerebbe la sicurezza nazionale, mentre il 39,5% pensa che non avrebbe effetti negativi. Il timore di un impatto sulla sicurezza è diffuso in gran parte dell’elettorato, mentre solo tra chi si colloca pienamente a destra prevale una valutazione più favorevole alla riduzione del sostegno statunitense.

Una cauta fiducia nel futuro d’Israele
Sul futuro del Paese si registra un cauto miglioramento dell’umore collettivo. A gennaio 2026, il 45% degli israeliani si dice ottimista sulla sicurezza nazionale, il dato più alto tra i settori analizzati. Seguono la fiducia nella tenuta della democrazia (44%) e le prospettive economiche (35%), mentre la coesione sociale rimane il punto più fragile, con appena il 24% di giudizi positivi. Il trend segnala un recupero rispetto ai mesi precedenti, soprattutto sul fronte della sicurezza, che nell’ultimo anno ha mostrato le oscillazioni più marcate. Il miglioramento, però, resta limitato: in nessuno degli ambiti considerati l’ottimismo riesce a coinvolgere la maggioranza della popolazione, confermando un clima di fiducia prudente e ancora segnato dalle tensioni interne e regionali.

(Nell’immagine, edifici e automobili danneggiati da un attacco iraniano su Haifa il 17 giugno 2025)