SCAFFALE – “Prime persone” senza risposte

Col libro Prime persone (Feltrinelli, Milano, 2025, pp. 107, euro 15), Erri De Luca offre un particolare esperimento letterario, volto a immaginare, in poche, intense righe, delle sorti di brevi autobiografie di una specifica categoria di protagonisti della narrazione biblica, ossia di coloro a cui è stato dato per la prima volta un nome inesistente prima di loro. Non è un elenco esaustivo, in quanto l’autore ha scelto i principali personaggi/nomi (sono in tutto 76), o coloro che maggiormente ne hanno sollecitato la fantasia. «Non mi chiedo», scrive De Luca, «se sono vissuti davvero. Sono stati messi per iscritto nel canone sacro, una più duratura forma di esistenza».
L’autore si basa, per la sua ricostruzione, sulla narrazione delle Scritture, ma spesso si distacca da essa, lasciandosi guidare dalla sua forza di immaginazione.
Lo schema del libro richiama l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, con la differenza che, in questo caso, i personaggi non hanno tomba, e i loro epitaffi non sono scolpiti su alcuna pietra. Le loro storie sono narrate nella Bibbia, a volte per brevi cenni, ma lo scrittore prova a immaginare come essi avrebbero sintetizzato il senso delle loro esistenze.

Ad Adàm/Adamo vengono attribuite queste parole:
«Il mio nome viene dalla parola terra, adamà. Non ho genitori, sono raffigurato senza ombelico. Non portato da grembo, non ci fu distacco da un cordone materno. Fui impastato con polvere del suolo, mia materia prima.
Non ho avuto infanzia né giochi. Ho vissuto in un giardino chiuso, parlavo agli animali chiamandoli con nomi che inventavo.
Al nome dei miei figli ci ha pensato la donna. Lei e io uscimmo dal giardino, diventato stretto. Un frutto ci spalancò gli occhi, ci ingrandì l’orizzonte…».

Suo figlio Kàin/Caino dice:
«Mia madre mi chiamò Kàin, dal verbo acquistare. Ero il primo figlio del mondo e mi considerò un acquisto. Fui agricoltore.
Di mia iniziativa offrii al mio artefice una porzione di raccolto, in sacrificio di fuoco.
Mio fratello fu allevatore. Volle imitarmi, bruciò una parte del bestiame su uno squadro di pietre sovrapposte, il primo altare.
Mi toglieva l’esclusiva del dono.
L’ho ucciso per restare l’unico senza concorrenti presso l’artefice.
L’ho ucciso per zelo, non per odio.
La voce del suo sangue sparso in terra gridò fino alle stelle. L’artefice l’udì. Mi sigillò un segno in fronte, come un lebbroso da evitare, e mi lasciò vagare senza fine.
Da allora ogni assassino è un fratricida».

E c’è poi Hauà/Eva («Inaugurai la libertà, che muove da una disobbedienza e comporta l’esilio»), Hèvel/Abele («Il nome che mi ha dato mia madre è leggero come un sospiro. Forse lo pronunciò per un presentimento»), Avraàm/Abramo («Le prime parole udite da quella voce furono secche come schiocchi di dita: Lèkh lekhà (Vai vattene). Mi ordinava il viaggio, la separazione, e risiedere ovunque da straniero»), Sara («Tutti e due, marito e figlio, mi hanno stracciato il cuore»), Itzhàk/Isacco («Le cronache seguenti hanno frainteso, prendendo per vero un finto sacrificio, messo in scena per gioco in uno dei rari momenti d’intesa con mio padre»), Esàv/Esaù («Se vedete mio fratello Yaakòv, che ora si fa chiamare Israèl, ditegli che non ce l’ho più con lui. La terra è larga, c’è posto e pace per entrambi»), la regina femminista Vashti («lo rifarei per altre cento volte») e tanti altri ancora.

Non si capisce bene a quale tradizione religiosa faccia riferimento l’autore, se ebraica, cristiana o di altro tipo. Forse, per un’opera di narrativa, la domanda potrebbe apparire oziosa, ma credo che il lettore possa porsela. Le parole attribuite ad Adamo, secondo cui il suo teschio fu posto sotto un crocifisso, sembra dare un’indicazione, ma chi sa.
Non mi sembra, francamente, che la fantasia del celebre scrittore sia riuscita, in questo caso, a farci ascoltare, dalla bocca delle Prime Persone, qualche parola nuova, che aiuti a interpretare il significato recondito di quelle storie antiche e misteriose, o di scoprire qualche nuova chiave di lettura atta a coglierne il senso.
Quando il narratore resta aderente al testo biblico, non sembra offrirci un’invenzione poetica, ma piuttosto una sorta di mera sintesi, di “abstract” del testo; quando invece se ne distacca, non pare sorprendere con la forza della novità e dell’originalità.

Se l’intenzione era quella di incuriosire il lettore, spingendolo a interrogarsi su cosa si possa celare dietro i gesti e le parole di queste figure arcane, esso non appare raggiunto. Incuriosisce molto di più la semplice, diretta lettura della haggadah, che fa nascere infinite altre narrazioni proprio perché non corredata da nessun riepilogo esplicativo.

Francesco Lucrezi, storico

(Nell’immagine, Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, Domenichino, Galleria Pallavicini, Roma)