ARTE – Dall’Emancipazione al Dopoguerra: la nuova sala del Museo ebraico di Roma
I visitatori incontrano la storia dell’emancipazione degli ebrei romani usciti dal ghetto nel 1870 e finalmente cittadini tra cittadini. Attraversano la partecipazione alla Prima guerra mondiale, raccontata da lettere dal fronte e testimonianze di un patriottismo intenso, spesso dimenticato. Si confrontano con la frattura delle leggi razziali e della Shoah, ma anche con la volontà di rinascita che segna il Dopoguerra. Al Museo ebraico di Roma apre in queste ore la nuova sala “Dall’emancipazione ai giorni nostri”, un riallestimento che intreccia storia, arte e testimonianza e offre una nuova lettura del Novecento ebraico italiano.
Il nuovo percorso nasce da un doppio obiettivo, sottolineano la direttrice del museo Olga Melasecchi e Lia Toaff, cocuratrice della sala: «Da un lato arricchire la sala con nuove opere grazie a una importante donazione ricevuta nel 2025, dall’altro valorizzare il patrimonio documentario già presente, restituendo ai materiali d’archivio la centralità che meritano nel racconto storico».
La realizzazione del nuovo allestimento, prosegue Melasecchi, «è stata possibile grazie al sostegno del ministero della Cultura italiano e della Ruth Stanton Foundation di New York, che hanno creduto nel valore culturale e didattico del progetto», sottolinea Melasecchi.
La donazione in memoria di Dario Ascarelli
La svolta è arrivata nel 2025 con la donazione delle sorelle Luciana e Margherita Ascarelli, che hanno destinato al museo la collezione del fratello Dario, collezionista ed esperto di arte e ceramica ebraica. 21 dipinti e 54 ceramiche di artisti ebrei del Novecento, in gran parte italiani, che hanno consentito di ripensare completamente la sala e di costruire un dialogo più diretto tra opere artistiche e documentazione storica.
«La donazione copre l’intero arco del Novecento e ci ha permesso di riempire ogni sezione con opere d’arte», spiega Melasecchi. «Il visitatore può così entrare visivamente ed emotivamente nella storia, perché gli artisti esprimono lo stato d’animo del loro tempo».
Il percorso accompagna il pubblico attraverso l’emancipazione, la Grande guerra, la persecuzione
antiebraica, la Shoah e la ricostruzione del Dopoguerra. Un racconto che si sviluppa attraverso figure simbolo dell’integrazione e dell’impegno civile e attraverso opere di artisti quali Corrado Cagli, Carlo Levi, Adriana Pincherle ed Emanuele Luzzati.
Particolarmente intensa è la sezione dedicata alla persecuzione. Tra le opere esposte, racconta Melasecchi, compare la Natura morta del 1928 di Gino Parin, pseudonimo di Federico Guglielmo Jehuda Pollack, pittore triestino arrestato nel 1944, deportato prima a Fossoli e poi a Bergen-Belsen, dove trovò la morte poche settimane dopo l’arrivo. Una vicenda che restituisce con forza il legame tra produzione artistica e tragedia storica.
L’attenzione alle carte
Accanto alle opere, il nuovo allestimento attribuisce un ruolo centrale alla documentazione storica, ripensata con un’impostazione narrativa più chiara. «Il museo espone il biglietto consegnato dai nazisti alle famiglie durante il rastrellamento del 16 ottobre e le ricevute dell’oro confiscato. Siamo l’unico museo a esporre questi documenti», racconta Toaff, direttrice organizzativa del Museo. «In passato erano inseriti in un allestimento poco distinguibile. Oggi la differenziazione visiva permette al visitatore di comprenderne davvero l’importanza».
Il dialogo tra storia e arte rappresenta uno degli elementi cardine del nuovo percorso. «Gli artisti ebrei si confrontano con la storia che vivono e traducono nelle opere stati d’animo e reazioni emotive», spiega Toaff. «Abbiamo cercato di mettere in relazione questi due livelli, creando una sinergia che prima non c’era».
Tra le novità del riallestimento spiccano piccoli cassetti espositivi che raccolgono oggetti personali e testimonianze familiari. «Abbiamo inserito materiali che dialogano con la macrostoria», racconta Toaff. «Per esempio le posate appartenute a una famiglia di cinque persone deportata e sterminata, della quale non resta altro. Oppure le fotografie dei fratelli Anticoli, arrestati alla Garbatella e mai tornati».
Sulla specificità dell’ebraismo romano, la mostra mette in luce un elemento legato alla tardiva Emancipazione. «Gli ebrei romani escono dal ghetto solo nel 1870 e partecipano alla Prima guerra mondiale con grande convinzione», sottolinea Toaff. «Molti combattono come soldati semplici, mentre in altre realtà ebraiche italiane, dove il percorso di integrazione era iniziato prima, era più frequente trovare ufficiali e gradi più elevati. Le lettere dal fronte raccontano un fortissimo senso patriottico e il desiderio di sentirsi finalmente cittadini come gli altri».
Storia ebraica, storia italiana
Il percorso si chiude, dopo il buio delle leggi razziali e della Shoah, con il Dopoguerra e con il ritorno alla vita culturale e artistica, testimoniato dalle ceramiche di Luzzati e dalle opere di Pincherle, attraversate da una vitalità cromatica che racconta la volontà di rinascita dopo la catastrofe. «I dipinti della Pincherle hanno un colore bellissimo che trasmette una grande vitalità», sottolinea Melasecchi. «Una vitalità che riflette il clima di ripresa culturale e umana del Dopoguerra».
Il messaggio della nuova sala si inserisce nella missione complessiva del museo. «Non si può parlare di ebrei e italiani come realtà separate», conclude Melasecchi. «Dall’Emancipazione in poi il mondo ebraico vive una stagione di integrazione e armonia, tragicamente tradita dalle leggi razziali e dalla Shoah. Dopo il conflitto, emerge una forte volontà di ricominciare, condivisa dall’intera società. Venire al Museo ebraico di Roma significa conoscere più a fondo la cultura italiana nel suo insieme, non un mondo a parte».