CINEMA – Ebrei nello spazio

Quando inizia lo Shabbat sulle astronavi? Quali sono gli orari delle preghiere, se non possiamo fare riferimento ad alba e tramonto? Qual è la posizione dell’ebraismo e dell’Halachà sull’esplorazione spaziale?
Domande alle quali tenta di rispondere il nuovo documentario Fiddler on the Moon: Judaism in Space, diretto da Seth Kramer, Daniel A. Miller e Jeremy Newberger.

Il film, premiato al Los Angeles Jewish Film Festival, sta riscuotendo successo e raccogliendo premi nel circuito dei festival ebraici e scientifici. Ha un taglio divulgativo, senza grandi pretese artistiche, e colleziona le testimonianze di rabbini e astronauti su temi legati all’identità ebraica e ai viaggi nello spazio.
Quando chiediamo a Miller come abbiano avuto l’idea di un tema così originale, il regista ci racconta una storia che sembra uscita da un film di Woody Allen. Il produttore del documentario, Joseph Strulowitz, quando era un bambino osservante, si domandava dove sarebbero finiti tutti gli ebrei quando i morti si fossero aggregati ai vivi, come nel libro di Isaia. Il suo rabbino, per liquidarlo, gli rispose che sarebbero stati spostati su Marte, ma il ragazzino continuò a fare domande su come sarebbe stata la vita pratica sul pianeta – il mikvé, l’assenza dell’acqua, ecc. – fino a che il rabbino, esausto, tagliò corto affermando che il Messia avrebbe affrontato il problema solo dopo essere arrivato.
«Oggi Elon Musk vuole colonizzare Marte e, a meno che il Messia non si sbrighi», ironizza il regista, «gli ebrei dovranno trovare altri pianeti da abitare».

Secondo gli autori, lo sbarco sulla Luna fu un vero e proprio terremoto per l’ebraismo ortodosso. Fino ad allora i cieli erano inviolati e non era ancora stato discusso se fosse previsto o consentito che l’uomo, così connesso alla Terra fin dal nome (Adam/Adamà), si potesse allontanare dal pianeta.
«Man mano che la tecnologia, la scienza e tutto il resto si sviluppano, aumenta anche la veridicità della Torah», rispose il Rebbe di Chabad, Rav Menachem Mendel Schneerson, quando venne interpellato. «È nostro dovere uscire, imparare, indagare ed esplorare. Perché quando lo facciamo arriviamo a una comprensione più profonda di Dio», concluse.
Alcuni degli aneddoti raccontati nel film ricordano le barzellette ebraiche tradizionali: «Quando ho deciso di candidarmi per un bando della NASA, mia madre non è stata affatto contenta», racconta Jeffrey Hoffman. «Voleva che diventassi medico, come mio padre e i miei due fratelli, e insisteva sostenendo che alcune persone con il PhD sono anche medici».

Gli astronauti ebrei considerano importante portare oggetti della tradizione ebraica nello spazio: bicchieri del kiddush, dreidel per Chanukkà, ma non azzime per Pesach, perché le briciole possono essere pericolosissime nel caso vengano inalate a causa dell’assenza di gravità.
Non è stato semplice per i rabbini rispondere alla richiesta di Ilan Ramon – il primo astronauta israeliano, morto nell’esplosione dello Space Shuttle Columbia nel 2003 – quando chiese come considerare l’entrata e l’uscita dello Shabbat, visto che le navette completano l’orbita della Terra in 90 minuti e in ventiquattro ore si susseguono 16 albe e 16 tramonti.
C’era però un precedente: durante la Seconda guerra mondiale era stata posta una questione simile, ipotizzando che un soldato si trovasse in prossimità del circolo polare artico. La risposta era stata che avrebbe dovuto seguire gli orari del punto abitato più vicino, in Alaska. E così, nel caso di Ramon, venne stabilito che l’orario di riferimento dovesse essere quello di Houston.

Jessica Meir ha vissuto sulla base spaziale per 205 giorni, quasi sette mesi. Ha partecipato alla prima camminata spaziale composta da sole donne, ma ricorda divertita come il suo post più popolare sia stato quello in cui inquadrava i suoi calzettoni, raffiguranti menorah e Magen David, davanti all’oblò che inquadrava la Terra.
«Una delle cose che mi colpisce di più quando la guardo dall’alto è vedere quanto tutto sia interconnesso», commenta. «Tutti i continenti sono collegati. Non si vedono i confini che dividono i paesi. Una volta che inizieremo a colonizzare altri pianeti, forse l’esperienza ebraica cambierà. Speriamo di poter evolvere oltre questa storia di persecuzioni, di persone emarginate perché diverse».
Il film è dedicato a Judith Resnik, prima astronauta ebrea statunitense, morta durante la missione Space Shuttle Challenger nel 1986.

Simone Tedeschi

(Nell’immagine in alto, la foto twittata dall’astronauta Jessica Meir il 22 dicembre 2019, prima sera di Chanukkah, dall’International Space Station)