MILANO – Un siddur a Tu Bishvat per ogni germoglio
La Messibat haSiddur, letteralmente “festa del siddur”, è una pratica educativa abbastanza recente nel panorama ebraico contemporaneo, diffusa in molte scuole ebraiche della Diaspora e presente anche in Italia. È la cerimonia con cui ai bambini dei primi anni della scuola primaria viene consegnato il primo libro di preghiere, in un contesto che coinvolge insegnanti, famiglie e spesso una presenza rabbinica. «Ho portato a scuola quest’idea progetto dopo aver visto la cerimonia all’estero alla fine degli anni Novanta: mi aveva colpito molto. Oggi siamo arrivati alla ventiseiesima edizione ed è diventato un appuntamento fisso», racconta Diana Segre, che ne coordina l’organizzazione alla scuola ebraica di Milano. «Consegniamo ai bambini un siddur pensato appositamente per la scuola», spiega il rabbino capo di Milano, rav Alfonso Arbib, «è un siddur completo, ma organizzato in modo da essere accessibile a partire dalla seconda elementare». L’obiettivo è dare forma simbolica all’ingresso dei bambini nel linguaggio della preghiera e nella pratica della tefillà quotidiana. «È un momento davvero magico, in cui si percepisce in modo potente il passaggio di amore e volontà tra le generazioni: i bambini si rappresentano come ebrei che studiano e guardano al futuro, ma con uno sguardo consapevole rivolto anche al passato», osserva Segre.
La consegna del siddur è un gesto educativo carico di significato: segna il passaggio da un apprendimento guidato a un rapporto più personale con il testo, che nella tradizione ebraica non è mai solo libro, ma strumento di appartenenza, memoria e continuità.
«La consegna del siddur segna il passaggio», sottolinea il rabbino capo, «a un rapporto più personale con il testo». In questo senso, la Messibat haSiddur funziona come rito di passaggio laico-religioso, segna una soglia simbolica e un prima e un dopo nel rapporto tra il bambino e la comunità. In Italia la pratica si affermata la preparazione didattica, il momento cerimoniale, la consegna personalizzata del siddur e il coinvolgimento delle famiglie. «Il rapporto con i nonni è centrale: i bambini si rivolgono a loro con fiducia, sapendo che da lì arriva qualcosa di importante. È uno scambio reciproco, gli adulti li guardano con amore e la sicurezza che certi valori stanno passando di generazione in generazione», racconta Segre. «Molto spesso sono i nonni a consegnare materialmente il siddur ai nipoti», aggiunge rav Arbib, «ed è un gesto che crea un legame molto forte tra le generazioni». «Ogni anno rav Arbib porta personalmente da Israele gli tzitzit per i maschi, che li useranno fino al bar mitzvà, e i portacandele che vengono donati alle bimbe, per Shabbat: li sceglie, li mette in valigia e li consegna ai bambini durante la cerimonia», racconta Segre. La dimensione intergenerazionale è parte integrante dell’esperienza, così come la presenza della comunità nel suo insieme: «I valori che emergono sono quelli essenziali della Torah: da “ama il prossimo tuo come te stesso” a… “vai e studia”. Come in tutte le feste ebraiche, c’è un’attenzione forte agli altri, alla tzedakà, al canto, all’idea che la vita ebraica sia uno spazio di pace e di responsabilità», sottolinea ancora Segre. Accanto alla cornice simbolica, c’è una scena concreta che si ripete ogni anno. «I bambini arrivano preparati, molte parti le conoscono già a memoria, e sono visibilmente emozionati», osserva il rabbino capo. «Per i bambini questa cerimonia è un momento fondativo, quasi un big bang personale: lo si capisce dal silenzio che si crea, dai sorrisi, dall’applauso affettuoso, dagli abbracci e dalla commozione», aggiunge Segre. Il siddur entra così presto nella loro biografia. L’importazione e l’adattamento locale della Messibat haSiddur rispondono a un bisogno diffuso delle comunità ebraiche moderne: creare legami visibili tra generazioni, dare concretezza alla trasmissione, trasformare un testo liturgico in un oggetto di esperienza personale. «Non a caso la cerimonia si svolge a Tu Bishvat, è l’occasione giusta: la Torah è paragonata a un albero e i bambini sono i nostri germogli che stanno fiorendo», conclude Segre.
a.t.