MUSICA – Addio al cantante israeliano Matti Caspi

«Quando mi dirai che hai iniziato a prendere lezioni di pianoforte, ti darò l’armonica». Fu così che Shmuel Gogol, musicista sopravvissuto alla Shoah e anima della banda di armoniche di Ramat Gan, segnò senza saperlo l’inizio della storia artistica di Matti Caspi. Il bambino lo ascoltava ogni due settimane nella casa di riposo del kibbutz Hannita, restando fermo, ipnotizzato. Gogol aveva notato quello sguardo e gli pose una condizione: imparare a suonare. Caspi cominciò a insistere con i genitori e con il kibbutz perché gli permettessero di studiare pianoforte, uno strumento raro in quell’ambiente collettivo e austero. Il padre, uomo severo e poco incline alle manifestazioni d’affetto, fu però anche il primo a sostenerlo concretamente: lottò perché il kibbutz accettasse di comprargli un pianoforte e lo accompagnò per anni alle lezioni, sedendosi accanto a lui durante gli esercizi quotidiani. Quando finalmente poté tornare da Gogol per dirgli che la prima lezione era avvenuta, l’armonica passò di mano. «La conservo ancora oggi», raccontò anni dopo Caspi: da quel gesto iniziò la traiettoria di un musicista che avrebbe trasformato la musica israeliana.
Caspi, nato nel 1949 nel kibbutz Hannita e scomparso 76 anni a Tel Aviv, è stato uno dei compositori, arrangiatori e interpreti più prolifici e influenti d’Israele, autore o collaboratore di circa mille canzoni. Dagli anni Settanta in poi ha costruito un «linguaggio musicale riconoscibile, fondato su una scrittura armonica sofisticata, su arrangiamenti rigorosi e su una straordinaria libertà stilistica, che ha attraversato folk israeliano, musica brasiliana, classica, jazz e canzone popolare», ha spiegato il critico musicale Yoni Beinart su ynet. Il lavoro di Caspi è stato descritto come una svolta nella storia della musica israeliana, un modello che generazioni di artisti hanno seguito.
L’inizio della carriera musicale coincise con il servizio militare nella banda del Comando Sud, dove Caspi iniziò a comporre e arrangiare professionalmente. Poco dopo il congedo, arrivò una telefonata inattesa di Arik Einstein. Caspi raccontò di essersi alzato in piedi per rispetto mentre parlava con il celebre cantautore. Einstein gli chiese di andare a casa sua per suonargli una melodia e, dopo averlo ascoltato, gli disse: «Perché non la registri tu stesso? La canti benissimo». Da quell’incoraggiamento iniziò la carriera di cantautore di Caspi.
Negli stessi anni, durante la Guerra del Kippur del 1973, Caspi si trovò a suonare accanto a Leonard Cohen, accompagnandolo nelle esibizioni per i soldati israeliani nel Sinai. Ricordò di aver suonato con Cohen vicino a una pista di atterraggio mentre gli aerei militari scaricavano truppe dirette al fronte. Alla fine della giornata, i due aiutarono a trasportare soldati feriti verso gli elicotteri. Erano gli stessi soldati, ricordò Caspi, per cui avevano suonato poche ore prima.
Nel corso dei decenni il cantante firmò alcune delle melodie più amate del repertorio israeliano: Brit Olam, Ekh Ze SheKochav, Lo Yadati SheTelchi Mimeni, Hine Hine, Shir HaYonah, collaborando con autori e interpreti come Ehud Manor, Yehudit Ravitz, Shlomo Gronich, Riki Gal. La sua scrittura, influenzata dalla musica classica, dai ritmi balcanici e sudamericani e dalla chanson, creò una sintesi originale che lui stesso definì semplicemente «world music».
Mentre la sua musica diventava familiare al grande pubblico, la sua figura rimase circondata da un’aura di distanza, osserva Haaretz. Il volto serio, l’ironia asciutta e un comportamento controllato contribuirono a costruire l’immagine di un artista freddo, quasi impassibile. Caspi reagì più volte a questa percezione. «Quel divario è negli occhi di chi guarda. Mi piace moltissimo ridere, divertirmi e fare sciocchezze». E ancora: «Sono un essere umano, alla fine. Forse la gente non se ne accorge, ma è un fatto».
Quell’immagine pubblica trovò una sintesi nel videoclip della canzone Lo tov heyot ha’adam levado (“Non è bene che l’uomo sia solo”, citazione da Genesi). Caspi, ironizzando su se stesso, vi appare vestito elegante mentre suona in una stalla, circondato da mucche che gli mangiano la giacca e si strofinano contro di lui, mentre lui rimane immobile e impassibile. O quasi, qualche sorriso scappa anche all’imperturbabile Caspi.
La vita privata fu segnata da vicende difficili che lo accompagnarono per anni: il divorzio dalla prima moglie, un lungo contenzioso legale legato al riconoscimento del matrimonio successivo e un periodo trascorso tra Canada e Stati Uniti negli anni Novanta, spesso sullo sfondo di difficoltà economiche e personali. Episodi che lui stesso raccontò come parte di un percorso segnato da momenti di crisi e ripartenza.
Negli ultimi anni, colpito da un tumore, parlò apertamente della propria condizione e della volontà di continuare a combattere. «Lotterò in ogni modo possibile… sono testardo fino alla fine», commentò pubblicamente, spiegando che la malattia gli impediva di suonare.
Come congedo ideale, resta una frase di Caspi: «Non ho mai scritto canzoni per farle piacere. Scrivo canzoni che vengono dal mio cuore e, se non mi emozionano, le dimentico».
Il presidente israeliano Isaac Herzog lo ha ricordato come «uno dei più grandi compositori israeliani della nostra generazione», sottolineando che le sue melodie «hanno plasmato la musica israeliana per decenni» e continueranno ad accompagnare la cultura d’Israele.

d.r.