TORINO – Dialogo tra fedi e media, Palmisano: «Senza libertà religiosa non c’è pace»

«Non può esserci pace senza libertà religiosa. In società pluralistiche come le nostre serve un quadro normativo che garantisca a tutti la libertà di religione e di pensiero». Stefania Palmisano, sociologa delle religioni all’Università di Torino, anticipa così i temi che affronterà all’incontro “Conflitti e dialoghi tra fedi e politica nelle testate giornalistiche: costruire la cronaca di un’intesa”, in programma il 12 febbraio al Centro culturale italo-arabo Dar al Hikma di Torino, appuntamento che riunirà studiosi, rappresentanti religiosi e istituzionali per riflettere sul rapporto tra religioni, politica e narrazione mediatica.
Il punto di partenza, spiega Palmisano, è il contesto internazionale. «Oggi ci sono 59 conflitti attivi nel mondo e stiamo registrando il livello più basso di pace dalla fine della Seconda guerra mondiale». Un dato che rende inevitabile interrogarsi sul ruolo attribuito alle religioni all’interno di questi scenari. «C’è chi sostiene che nessuna religione sia responsabile delle guerre e chi, al contrario, attribuisce alle religioni un ruolo diretto nei grandi conflitti. Io cerco di portare la riflessione su un altro piano: capire come possano diventare attori di pace». In una società post-secolare segnata dal pluralismo culturale, sociale e politico, osserva la sociologa, la convivenza richiede una cornice capace di tutelare concretamente l’esercizio della libertà religiosa e di pensiero.
Il dialogo interreligioso è uno dei temi centrali del lavoro della docente e continua a sollevare interrogativi sulla sua efficacia, anche in ambito ebraico, come mostrano le tensioni e le complessità che hanno segnato negli ultimi due anni i rapporti tra ebraismo e Chiesa. «Capisco molto bene questa critica, che è connaturata a molte iniziative di dialogo», afferma Palmisano, ricordando una ricerca condotta assieme ad alcuni colleghi a Torino, Padova, Brescia e Firenze. Nel capoluogo piemontese, in particolare, «abbiamo censito una trentina di esperienze interreligiose, molte delle quali non sono sono promosse da associazioni e comunità locali, quindi dal basso». Proprio questo radicamento, sottolinea, consente alle iniziative culturali, educative e conviviali di incidere più profondamente nella vita quotidiana rispetto ad alcuni progetti istituzionali.
Torino rappresenta in questo senso «un laboratorio privilegiato di pratiche di inclusione», grazie alla presenza di strumenti di gestione della diversità religiosa come il Comitato Interfedi del Comune, il Tavolo dell’Islam e il Coordinamento interconfessionale del Piemonte. «Non è un caso che proprio qui le religioni abbiano mostrato la capacità di fare fronte comune contro estremismi e violenza», osserva la sociologa, sottolineando come queste esperienze dimostrino che le religioni possono tornare «alla ribalta della scena pubblica», offrendo risorse importanti per la costruzione del senso e dell’integrazione sociale.

Media e religioni
L’incontro del 12 febbraio affronterà in particolare il modo in cui il giornalismo racconta i fenomeni religiosi. «Oggi la comunicazione politica è sempre più rapida e i social media hanno reso più difficile il lavoro di mediazione del giornalismo», spiega Palmisano. «I tweet obbligano a un’omologazione del messaggio che priva i temi della loro complessità», con il rischio di alimentare polarizzazioni. Allo stesso tempo, però, rileva segnali di crescita nella formazione e nella consapevolezza professionale dei giornalisti.
Tra gli strumenti per costruire convivenza indica anche la scuola. «Non è un ambito di cui mi occupo, ma una pratica sempre più diffusa consiste nell’organizzare visite degli studenti nei luoghi di culto delle diverse religioni. Sono esperienze che educano concretamente al pluralismo», pur trattandosi di iniziative ancora frammentarie e da sviluppare in modo più sistematico.
Per la sociologa il dialogo interreligioso non riguarda solo le comunità di fede, ma coinvolge istituzioni, società civile, università e media. «Quando funziona, chi vi si impegna sta facendo politiche di pace. E oggi, in un mondo attraversato da conflitti, è una responsabilità che riguarda tutti». 

d.r.