ISRAELE – Demografia e integrazione, la sfida haredi che può cambiare il futuro del paese

Entro il 2050 un israeliano su quattro sarà haredi – alla lettera “timorato” – e, se continuerà la «scarsa integrazione sociale, economica e militare» di questo mondo religioso, Israele subirà «un importante peggioramento della propria situazione economica e nazionale». È l’avvertimento contenuto in uno studio dell’Israel Democracy Institute che analizza come la crescita di questa comunità – definita dai media ultraortodossa – potrebbe trasformare in profondità economia, sicurezza e struttura sociale del paese.

Istruzione e competenze
Uno degli effetti più immediati riguarda la scuola. Il rapporto considera il diploma di maturità uno degli indicatori principali della preparazione delle nuove generazioni e avverte che l’aumento del peso demografico haredi potrebbe portare a «una diminuzione della qualità media delle competenze dei giovani in Israele».
Nelle yeshivot – scuole religiose – gran parte del programma è dedicata allo studio dei testi religiosi, mentre materie come matematica, inglese e scienze vengono insegnate in misura ridotta o talvolta non fanno parte della didattica. Questo si riflette nei risultati scolastici: solo una quota limitata di studenti delle yeshivot ottiene il diploma necessario per accedere all’università. Con la crescita della popolazione haredi potrebbe quindi ridursi la preparazione media dei giovani israeliani: gli effetti, si legge nell’indagine, emergeranno soprattutto nel lungo periodo, quando una parte più ampia della popolazione avrà maggiori difficoltà a proseguire gli studi o a entrare in professioni qualificate.

Mercato del lavoro
Il nodo principale riguarda il lavoro maschile. Oggi solo il 53,9% dei “timorati” è occupato, una quota molto più bassa rispetto agli altri ebrei israeliani. Per raggiungere livelli simili al resto della popolazione, questo tasso dovrebbe aumentare di oltre 30 punti percentuali. Se la situazione attuale non cambierà e la popolazione haredi continuerà a crescere, il tasso di occupazione complessivo del paese potrebbe scendere di circa 2,4 punti percentuali rispetto a oggi. Al contrario, se l’integrazione nel mercato del lavoro aumentasse in modo significativo, il tasso nazionale salirebbe di circa 0,8 punti. Tra i due scenari la distanza supera i tre punti percentuali, una differenza che, su scala nazionale, si traduce in decine di migliaia di lavoratori in più o in meno, con un impatto diretto sulle entrate dello stato e sulla crescita economica.
Con una quota crescente di popolazione poco inserita nel mercato del lavoro e con salari medi più bassi, ricordano i ricercatori, la base imponibile si restringe. E se le tendenze attuali continueranno, per mantenere invariato il livello delle entrate fiscali «le famiglie non haredi dovranno pagare più tasse oppure i servizi pubblici saranno ridotti». È un equilibrio delicato, avvertono dall’Idi: o aumenta la pressione fiscale su una parte della popolazione, oppure si comprimono sanità, istruzione e welfare.
Le conseguenze si riflettono anche sul prodotto interno lordo. Secondo le stime dell’Israel Democracy Institute, senza un cambiamento nei modelli occupazionali e nei livelli di integrazione, il Pil pro capite potrebbe risultare inferiore di oltre il 10% rispetto al suo potenziale. In altre parole, meno partecipazione al lavoro e meno occupazioni qualificate significano una minore capacità del paese di generare ricchezza, finanziare i servizi pubblici e sostenere la propria crescita nel lungo periodo.

Il nodo della sicurezza nazionale
Un altro capitolo centrale riguarda il servizio militare. La popolazione haredi rappresenta una quota sempre più ampia dei giovani in età di leva e, allo stesso tempo, registra livelli di arruolamento molto più bassi rispetto al resto della società. Se le attuali tendenze continueranno, osservano gli esperti, entro il 2050, guardando alla maggioranza ebraica israeliana, «solo il 45% degli uomini di 18 anni e circa il 30% delle donne saranno arruolati». Oggi le percentuali tra i coscritti sono sensibilmente più alte: circa il 69% tra gli uomini e intorno al 43% tra le donne chiamate alla leva.
La guerra iniziata il 7 ottobre 2023, ricorda poi lo studio, «ha reso ancora più urgente il problema, aumentando il fabbisogno di personale militare e il peso del servizio di riserva».

Chi potrebbe andare via
La combinazione tra pressione economica, cambiamenti demografici e polarizzazione politica potrebbe avere un altro effetto: spingere una parte delle élite professionali e accademiche a lasciare Israele. Il rapporto richiama dati recenti che mostrano una crescente inquietudine tra i gruppi più istruiti e produttivi: precedenti indagini dell’Israel Democracy Institute indicano che circa un quarto degli israeliani ha preso in considerazione l’idea di trasferirsi all’estero, con percentuali molto più alte tra giovani laici con redditi elevati. Una possibile “fuga di cervelli”, avvertono i ricercatori, ridurrebbe ulteriormente la base fiscale e rallenterebbe la crescita economica, aumentando le tensioni tra i diversi gruppi sociali.

Un nuovo patto sociale
Secondo l’Israel Democracy Institute, la soluzione passa attraverso un cambiamento profondo nei rapporti tra stato e società haredi: «serve un nuovo assetto civile ed equo» che coinvolga istruzione, lavoro e servizio militare. I ricercatori sottolineano che l’integrazione non può essere lasciata a dinamiche spontanee e che sarà necessario intervenire con strumenti economici e legislativi mirati.
In particolare, lo studio evidenzia che «per mantenere un ritmo rapido di integrazione è necessario utilizzare incentivi economici che includano anche la condizionalità o la riduzione dei finanziamenti pubblici», collegando quindi parte del sostegno statale alla partecipazione all’istruzione generale, al mercato del lavoro e al servizio militare.
In conclusione, gli esperti avvertono: «La prosecuzione della politica attuale potrebbe mettere a rischio la resilienza economica, sociale e militare dello Stato».

d.r.