TARANTO – Le carte della persecuzione e il dovere della memoria

La memoria non è un esercizio rituale né un semplice sguardo rivolto al passato. È una responsabilità collettiva, un atto civile che riguarda il presente e il futuro delle nostre comunità: è questo il messaggio profondo della mostra “1938–1945. La persecuzione degli Ebrei in Italia. Documenti per una storia” della Fondazione Cdec, a Taranto fino al 15 febbraio al Castello Aragonese grazie alla disponibilità della marina militare. Dopo i saluti dell’ammiraglio Andrea Petroni, del prefetto di Taranto Ernesto Liguori e del vicesindaco Mattia Giorno, la mostra e i suoi contenuti sono stati illustrati da Ottavio di Grazia, delegato dalla Fondazione Cdec, dalla direttrice dell’archivio di Stato di Taranto, Valentina Esposto, da Monica Golino, ricercatrice della Biblioteca civica Pietro Acclavio, e da Stefano Vinci, docente di Storia del diritto medievale e moderno all’Università di Bari.
Fare memoria oggi significa assumersi una responsabilità collettiva: ricordare per comprendere, e comprendere per impedire che simili persecuzioni possano ripetersi. Le leggi razziali del 1938 non furono un evento improvviso, ma l’esito di un processo costruito e imposto attraverso le istituzioni, la burocrazia, il linguaggio amministrativo. Ed è proprio questo che i documenti esposti a Taranto rendono drammaticamente evidente.
La mostra ogni anno viene ospitata in una città diversa e racconta, con rigorosa impostazione scientifica e ampia selezione di fonti originali, una delle pagine più buie del Novecento italiano, la persecuzione antiebraica avviata dal regime fascista a partire dal 1938. Il valore aggiunto è che la storia non riguarda solo le grandi città o i luoghi simbolo della Shoah, ma attraversa l’intero Paese, fino a raggiungere anche realtà come Taranto, profondamente segnate – seppur in modo meno visibile – da quelle politiche di esclusione.
Circolari, elenchi, schede di censimento, atti ufficiali: carte in apparenza ordinarie che raccontano l’avvio di un sistema di discriminazione meticoloso e sistematico.
L’Archivio di Stato di Taranto e la Biblioteca civica Pietro Acclavio hanno curato una sezione dedicata alla storia locale, offrendo uno sguardo diretto sull’impatto concreto delle leggi razziali sul territorio. Attraverso documenti d’archivio e fonti della stampa dell’epoca, emerge una realtà fatta di piccoli numeri, ma di un controllo capillare e ossessivo.
Nel 1938, a Taranto e dintorni, gli ebrei censiti risultano appena 26. Eppure, la macchina persecutoria non conosce attenuazioni, vengono registrati i nuclei familiari, le attività lavorative, le condizioni economiche; si indaga sui “casi dubbi”, si verificano battesimi sospetti, si annotano patrimoni, professioni, persino l’età di un dodicenne. La discriminazione passa dagli uffici prefettizi, dall’Anagrafe, dalle forze dell’ordine, come parte del funzionamento ordinario della macchina statale.
L’esposizione restituisce così la dimensione locale della persecuzione, mostrando come anche a Taranto la cancellazione sia stata prima sociale e civile, e solo in seguito anche fisica. Divieti nel lavoro e nel commercio, esclusione dalle professioni, cancellazione dagli elenchi telefonici: una progressiva espulsione dalla vita pubblica che colpisce individui e famiglie, svuotandoli di diritti e dignità.
Il percorso si inserisce in una storia più lunga, che a Taranto affonda le radici nell’antichità. Le fonti archivistiche e archeologiche testimoniano, come ha ricordato Valentina Esposto nella sua relazione, una presenza ebraica antica e vitale, dalla Giudecca medievale descritta da Beniamino da Tudela, fino alle tracce oggi conservate al Museo MArTA. Una presenza che nel corso dei secoli ha conosciuto momenti di convivenza ma anche di violenta intolleranza, come il t ragico assalto del 1411.
Con il fascismo la cancellazione assume una forma nuova: non il tumulto, ma la penna; non la folla, ma il protocollo. La direttrice dell’Archivio di Stato ha ricordato come i documenti raccontino “una verità fondamentale: la persecuzione non iniziò con la deportazione. Iniziò molto prima: iniziò con elenchi schede circolari, questionari atti apparentemente ordinari, carte prodotte da uffici privati, redatte da funzionari, trasmesse con linguaggio amministrativo. Carte che classificano, distinguono, separano”. E se il numero degli ebrei censiti a Taranto è esiguo, non di meno è assai rigoroso il controllo. In un documento riguardante la famiglia Pambianchi che gestiva l’Hotel Bologna, la Direzione generale per la demografia e la razza (Demorazza) chiede al prefetto di Taranto di accertare con esattezza la data di registrazione del battesimo imposto alle due figlie nate nel 1900 e nel 1902 ma battezzate nel 1919, potendosi trattare di una “compiacente inserzione” nei registri dell’epoca: la mamma delle due sorelle si chiamava Elisa Coen. Altri documenti riguardano divieti nel lavoro, nel commercio, nelle professioni, la cancellazione degli elenchi telefonici.
Particolarmente significativo un documento che chiude il percorso espositivo: un ex libris dedicato a Michel Fingesten, grande incisore ebreo, internato nel campo di Ferramonti di Tarsia. L’immagine, carica di simboli, ricorda come la barbarie possa indossare un elmetto, ma abbia quasi sempre impugnato prima una penna.
Esporre queste carte, a Taranto, città ove oggi risiede un piccolo nucleo ebraico, significa dar modo ai visitatori e soprattutto agli studenti, che in questi giorni si recano al Castello Aragonese, di vedere da vicino i segnali iniziali della persecuzione, quelli che troppo spesso passano inosservati. Significa riaffermare che la memoria non è commemorazione, ma vigilanza, «affinché la cultura del sospetto, della separazione e dell’esclusione non torni più a far parte della nostra quotidianità», come ha concluso Valentina Esposto al termine del suo intervento.

Giulio Disegni