CINEMA – In morte di “Dawson”, sei figli e un amore nato a Tel Aviv

La notizia della morte di James William Van Der Beek, il Dawson della serie cult “Dawson’s Creek”, ha fatto il giro del mondo. E se Hollywood è in lutto, anche in Italia non c’è praticamente sito che non parli di quella stagione di popolarità planetaria e della sua coraggiosa lotta contro la malattia, diagnosticata due anni fa. Commuovono le foto insieme alla moglie Kimberly Brook e ai loro sei figli, una famiglia in apparenza molto unita e premurosa.
Poco approfondite sono in genere le circostanze in cui è nato e si è consolidato il loro sodalizio sentimentale. Galeotta, spiega la stampa israeliana, fu Tel Aviv. Qui Van Der Beek incontrò Brook in un locale sul lungomare della Città Bianca, pochi mesi dopo aver divorziato dalla prima moglie Heather McComb. Ci sarebbero tornati insieme, nell’agosto del 2010, per unirsi in matrimonio al Kabbalah Centre. «Ero nel bel mezzo di una conversazione alla scoperta di me stesso con un amico quando una voce soave ci ha interrotto per fare una domanda. Mi sono infastidito: chi diavolo sta rovinando questo momento?», racconterà l’attore nel decennale del matrimonio. «Mi sono girato e ho visto Kimberly. Tre giorni dopo, le ho chiesto cosa cercasse in una relazione e lei ha detto che non le interessava. Sei mesi dopo convivevamo, due settimane dopo era incinta e quasi un anno dopo il nostro primo appuntamento ci siamo sposati».
Un’esperienza indimenticabile. Ancora nel 2021, su Instagram l’attore scriveva: «Avrei centinaia di aneddoti sul nostro soggiorno in Israele. Grida di “Mazal Tov!” da parte di sconosciuti, il proprietario del ristorante che ci ha rimandati a casa con una bottiglia di vino gratis e una benedizione, la riunione di famiglia allargata alla quale un amico ci ha invitati al nord, dove tutti hanno cucinato il miglior cibo mai mangiato, il soldato che ha imbracciato il mitra per aiutarci a caricare il passeggino su un autobus… Potrei continuare all’infinito. Questo non è affatto un quadro completo della situazione, e non pretendo di comprendere le complessità geopolitiche che alimentano il conflitto. Ma c’è molta umanità da entrambe le parti e qualsiasi “soluzione” che non riconosca questo… non è una soluzione».