Ben, Amy, Jerry e Meara: a casa Stiller, dove ridere è un’arte

Nel 2020 l’attore Ben Stiller è nel grande appartamento di New York dov’è nato e cresciuto. Il padre Jerry è mancato da poco, la madre Ann l’ha preceduto di cinque anni. La casa è in vendita e Ben è alle prese con lo sgombero. Le stanze traboccano di ricordi: libri, lettere, fotografie di un’infanzia unica. Per fermare quel momento doloroso, l’attore filma le stanze, gli oggetti, i suoi dialoghi con la sorella Amy. Non ha un progetto ma quando vengono alla luce decine di audiocassette un’idea inizia a prendere forma.
È la genesi di Stiller & Meara: Nothing Is Lost, il documentario da poco in onda su Apple TV. Diretto e prodotto da Ben Stiller, il film ripercorre con affetto e ironia la vicenda di una famiglia eccezionale. È il racconto di un matrimonio e di un sodalizio artistico che ha fatto la storia della comicità ebraica americana.
Il padre Jerry è diventato noto a livello internazionale grazie alla serie televisiva Seinfeld nel ruolo di Frank Costanza, il padre di George. La leggendaria sitcom, che segue quattro giovani ebrei newyorkesi, è però solo l’apice di una brillante carriera maturata nel duo comico Jerry & Meara in cui Jerry affianca la moglie Ann Meara. Fuori dagli Stati Uniti sono poco conosciuti ma in patria i due sono un fenomeno. Fra gli anni Sessanta e Settanta, la coppia va per la maggiore nei nightclub, nella pubblicità e nei varietà televisivi. La chiave del successo è nel contrasto fra i due. Lui è un ebreo newyorkese, bassino e sempre in moto. Lei è irlandese, alta, chioma rosso fuoco. È cresciuta cattolica ma presto si converte all’ebraismo.
Insieme sul palco sono un fuoco d’artificio di scherzi, battute e sarcasmi in cui vita e spettacolo si confondono. Jerry & Meara prendono spunto dalla comicità ebraica della Borscht Belt per dare vita a una dimensione più popolare e inclusiva. La “cintura del borscht” –quella parte dei monti Katskill, meta estiva degli ebrei newyorkesi nella prima metà Novecento – ha forgiato comici d’eccellenza, fra cui Mel Brooks e Jerry Lewis. Nel repertorio degli Stiller, quel sapore resta ma i temi e i toni cambiano. Le battute sono meno taglienti, l’ebraismo non è più il focus e gli stereotipi classici scompaiono, come l’inflessione yiddish.
Il risultato è un umorismo alla portata di tutti che smonta antichi luoghi comuni – le dinamiche di genere, le differenze culturali e religiose. Jerry e Meara sono la prima coppia che racconta la differenza religiosa e la normalizza. In scena si scontrano, discutono, scherzano. Sono una coppia diversa dalle altre ma immedesimarsi è facile. «Portano la loro esperienza sulla televisione nazionale, rendendola non solo normale, ma anche esilarante e piena di calore. Nei loro sketch si avverte empatia» spiega sul New York Times Journey Gunderson, direttrice del National Comedy Center a cui Ben Stiller ha donato i documenti dei genitori.
Fra palcoscenico e vita privata la tensione è costante, rivela il documentario Stiller & Meara: Nothing Is Lost (nulla è perduto era una delle espressioni favorite di Meara). Jerry Stiller è cresciuto nel Lower East Side, l’allora poverissimo quartiere ebraico. È un lavoratore serio, accanito. Lei ha studiato recitazione, sogna ruoli di diverso spessore e ama improvvisare. I loro numeri sono il risultato di lunghe conversazioni, litigi e prove meticolose, come testimoniano le audiocassette ritrovate dopo la loro morte. Le voci di Jerry e Meara che filtrano dalla porta dello studio – lievi, concitate, rabbiose – scandiscono l’infanzia di Ben e Amy e alla fine segnano il loro destino.
Cresciuti in una casa affollata di artisti, entrambi diventano attori. Presto Ben si afferma come uno dei comici più importanti della sua generazione con successi come Tutti pazzi per Mary (1998) e Ti presento i miei (2000). Il suo stile è inconfondibile. Mescola fisicità, commedia verbale, dialoghi spumeggianti e scene stralunate alla Chaplin e Buster Keaton. E come i genitori, porta in scena la sua identità ebraica. È l’infermiere ebreo Greg Focker in Ti presento i miei e il nevrotico Chas in The Royal Tenenbaums di Wes Anderson. Soprattutto, è il giovane rabbino che in Keeping the Faith (2000) si contende con un amico l’amore di Anna, non ebrea, in una commedia interreligiosa che anticipa le fortune della serie Nobody Wants This (2024) con Adam Brody.
Film dopo film, Ben Stiller aggiunge un nuovo tassello all’arco dell’umorismo ebraico americano. Jerry e Ann Meara l’avevano catapultato dalla nicchia dei club e della Borscht Belt ai teleschermi di tutt’America. Una generazione più tardi, Ben ne fa un blockbuster globale. La sensibilità ebraica c’è ancora ma diluita – più universale, più rassicurante, meno provocatoria dei numeri di Jerry e Ann.
È un compromesso in cui l’identità è semplificata e tradotta ma la visibilità del tema ebraico cresce a dismisura. Vale per Ben Stiller come per altri interpreti e storie (da Mrs Maisel a Nobody Wants This). La Guerra di Gaza svela la fragilità di questa strategia. L’odio antiebraico, che non risparmia gli Stati Uniti, investe anche il mondo del cinema e spiazza Ben Stiller. «Sono cresciuto in un ambiente protetto e non ho mai conosciuto l’antisemitismo. L’aumento della violenza antisemita è qualcosa che non avrei mai pensato di sperimentare in vita mia. La realtà è spaventosa», ha raccontato in un’intervista a David Marchese sul New York Times. Quanto a Hollywood, si è sempre favoleggiato sul ruolo degli ebrei, ha continuato: «Ma la realtà di quel mondo è oggi molto diversa. La popolazione ebraica è estremamente ridotta. […] Il rapporto tra numeri e successo è una questione difficile da affrontare. Ho l’impressione che oggi ci siano tantissimo odio e tanta antipatia in circolazione, e non si tratta solo di antisemitismo».
In questo scenario, l’arrivo sugli schermi di Stiller & Meara è un segnale di sfida e di speranza. È la fotografia di ciò che gli ebrei americani hanno perso e una lezione per il futuro – la visibilità non è accettazione, il successo non è sicurezza.

Daniela Gross