OLIMPIADI – Da Monaco ai Giochi di Milano-Cortina, Ladany: «Sport parte della vita».

Le Olimpiadi invernali non sono il suo pane quotidiano, ma uno sguardo a come stanno andando i Giochi di Milano-Cortina e alla partecipazione degli atleti israeliani lo sta dando. 89 anni, ex marciatore olimpico per Israele, Shaul Ladany – sopravvissuto ai lager nazisti e al terrorismo palestinese – continua a seguire le competizioni con l’attenzione di chi ne conosce il valore umano prima ancora che agonistico. Lo sport, spiega a Pagine Ebraiche, «è parte della vita delle persone» e aiuta ad affrontarne le difficoltà.
Nato a Belgrado nel 1936 e cresciuto in Israele, Ladany è stato due volte olimpionico (Città del Messico 1968 e Monaco 1972), oltre che primatista mondiale nella 50 miglia di marcia. Parallelamente alla carriera sportiva ha svolto un lungo percorso accademico, diventando professore di ingegneria industriale. La sua biografia, però, è segnata prima di tutto dalla storia del Novecento: deportato da bambino a Bergen-Belsen e liberato nel 1945, 27 anni dopo si trovò, come membro della delegazione israeliana, nel villaggio olimpico di Monaco durante l’attacco del 5 settembre 1972.
Per questa esperienza, lunedì 16 febbraio (ore 18.30) l’ex marciatore interverrà all’incontro promosso dall’associazione Iniziativa DROR presso il Consiglio regionale della Lombardia, che nella cornice dei Giochi, commemora la strage di Monaco e riflette sul rapporto tra memoria e sport. Quella notte del ’72 Ladany si salvò perché alloggiava in un’altra palazzina rispetto a quella presa d’assalto dal commando palestinese di Settembre Nero, che torturò e uccise undici membri della delegazione israeliana. Se fosse stato lì, ricorda, il suo nome sarebbe oggi tra le vittime.
Nel colloquio con Pagine Ebraiche indica con chiarezza il messaggio che lega passato e presente. «Prima, mi rivolgo al popolo ebraico: esiste una sola nazione ebraica, ed è Israele, e bisogna proteggerla. E la leadership israeliana deve essere la prima a garantire una protezione adeguata ai suoi cittadini e, se parliamo di sport, ai suoi atleti». Poi lo sguardo si amplia: «La giovane generazione deve capire che non esiste sicurezza assoluta in nessun luogo e bisogna stare attenti agli estremisti e agli odiatori di ogni tipo».
Da anni Ladany è testimonial della Run for Mem, la corsa per la Memoria promossa dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Per lui c’è un legame naturale tra ricordo e attività sportiva. «L’essere umano deve continuare a vivere anche dopo le tragedie», osserva, sottolineando come lo sport possa offrire disciplina, equilibrio e continuità anche nei momenti più difficili.
Riflettendo sul ruolo dello sport tra i popoli, fa delle distinzioni. «Lo sport individuale è un ottimo ponte per creare amicizie tra atleti provenienti da luoghi diversi», afferma. Negli sport di squadra, invece, «spesso si crea antagonismo, soprattutto per effetto del tifo e delle contrapposizioni identitarie. Lo si vede fuori dagli stadi: nel calcio, nel basket, improvvisamente c’è un entusiasmo estremo, che si trasforma in scontro».
Le discipline invernali non appartengono alla sua esperienza diretta, ma «sono interessato a sapere cosa succede», spiega, raccontando di informarsi attraverso i media e di prestare attenzione alla piccola delegazione israeliana, a cui augura «buona fortuna».

Daniel Reichel

(Nell’immagine in alto, Ladany davanti alla targa in memoria delle vittime della strage delle Olimpiadi del 1972, collocata presso l’ex alloggio della delegazione israeliana nel villaggio olimpico di Monaco)