BERLINALE – Tutti i titoli “ebraici” della rassegna
Alla settantaseiesima edizione della Berlinale, il festival internazionale del cinema che si è aperto l’11 febbraio, l’ebraismo è presente in una serie di opere incentrate su identità, memoria e linguaggio. Wax & Gold di Ruth Beckermann, compare nella sezione Berlinale Special: figlia di sopravvissuti alla Shoah, la regista continua il suo lavoro sulla memoria europea intrecciando storia personale e collettiva e interrogandosi su cosa resta del passato e su come viene trasmesso, evitando sia il tono celebrativo sia quello consolatorio.
Where To? di Assaf Machnes, presentato nella sezione Perspectives, racconta l’incontro tra un giovane israeliano e un autista palestinese nella Berlino di oggi. La città fa da sfondo e da filtro: è uno spazio carico di storia dove le identità si incontrano, si sfiorano e spesso restano irrisolte, senza che il film cerchi scorciatoie narrative. Il documentario è il terreno dove la presenza ebraica si fa più evidente: Prénoms di Nurith Aviv, affronta il tema dei nomi propri come luogo di passaggio tra lingue, generazioni e storie familiari. Nomi che diventano tracce di migrazioni, fratture e appartenenze, in una riflessione che incrocia lingua e identità. Aviv spiega che nel suo lavoro «il linguaggio non è semplice strumento ma materia viva», citando la «centralità del linguaggio nella esplorazione personale e cinematografica».
Sempre nella sezione Forum, Quand tu écouteras cette chanson di Mona Achache rielabora la figura di Anne Frank, ponendo domande su come la memoria della Shoah venga raccontata e ascoltata oggi, e su cosa significhi continuare a confrontarsi con un’eredità così ingombrante.
Per Berlinale Shorts, Les juifs riches di Yolande Zauberman utilizza il formato breve per esplorare con ironia e attenzione l’identità ebraica senza rinunciare a uno sguardo critico sugli stereotipi. Come riportato nel programma della Berlinale il film gioca esplicitamente sulla lingua yiddish: «In inglese si dice “rich, richer, the richest”… In yiddish si dice “Rach, Miè Guizoukt, A Ganèf”», una formula che mette in tensione ricchezza, ironia e autorappresentazione. E Zauberman, riflettendo sulla propria produzione, ha dichiarato di avere «una ferma convinzione nel potere della vita privata», indicando nell’intimità il luogo in cui il racconto trova autenticità e spessore.
Ancora nella sezione Forum compaiono Effondrement di Anat Even e Fruits of Despair di Nima Nassaj, film che attraversano territori segnati dal conflitto concentrandosi sulle conseguenze umane, sull’esperienza della perdita, dell’esilio e della sopravvivenza, più che sull’attualità immediata. A questi titoli si aggiunge Who Killed Alex Odeh?, documentario presentato in anteprima internazionale che riapre il caso dell’uccisione di Alex Odeh, insegnante e leader della comunità palestinese americana assassinato nel 1985 in California seguendo l’indagine ripresa anni dopo da un giornalista israeliano e riportando alla luce una vicenda rimasta senza risposte.
a.t.