JIHAD – La psicoanalisi di un fenomeno letto male 

Per tentare di comprendere il fallimento di molte analisi contemporanee dedicate alle forme più estreme del terrorismo islamista – in particolare gli attentati-suicidi – Pierre Rehov su La Tribune Juive invita a spostare lo sguardo dall’esterno all’interno della mente degli attori coinvolti, proponendo un’«autopsia psicanalitica» del jihadista che non si accontenti di spiegazioni sociologiche o politiche convenzionali. L’argomentazione di fondo è netta: povertà, esclusione sociale, umiliazione e scelte di politica estera non forniscono un quadro sufficiente per comprendere un fenomeno di cui spesso sono parte individui laureati, professionisti o provenienti da famiglie agiate, a indicare che la jihad non è una patologia socio-economica ma piuttosto «una patologia dottrinale e psicologica». Rehov parte dal presupposto che la jihad sia inscritta nei testi religiosi e nelle tradizioni, costantemente reinterpretata ma mai radicalmente rinnegata, e come tale agisca non solo sulle credenze ma anche sulla struttura profonda della psiche individuale. 

In questa prospettiva, scrive, l’oppio della religione non sarebbe un sollievo consolatorio quanto un «narcotico» che anestetizza la colpa, santifica la violenza e dissipa i freni morali, trasformando i conflitti interiori in armi atte a distruggere. Per Rehov il quadro psicologico dei sistemi islamisti è quello di «sistemi strutturalmente oppressivi di controllo totale» in cui il desiderio, la curiosità e il dubbio sono sospetti, la sessualità è regolata rigidamente e il corpo e la mente dell’individuo non gli appartengono, creando un ambiente definito da repressione, paura e sottomissione. Attraverso una chiave di lettura freudiana la repressione delle pulsioni istintive, in particolare quelle sessuali, genera forme patologiche di espressione violenta; in tali contesti, la sessualità non viene sublimata ma compressa e teatralmente proibita, mentre la promessa del paradiso con ricompense ultraterrene ricalcherebbe tensioni interne non risolte. Secondo l’autore questa dinamica interna non è accidentale ma funzionale alla costruzione di un “soggetto jihadista”: il desiderio dichiarato illegittimo nell’infanzia si trasforma in una tensione che va proiettata verso l’esterno, e la violenza diventa una forma deviata di soddisfazione di pulsioni represse. La rigida separazione dei sessi, l’imposizione di norme sessuali estremamente restrittive e la rappresentazione simbolica della femminilità come tentazione o caos contribuiscono, nell’analisi di Rehov, a un clima psicologico in cui l’ostilità verso il diverso e verso la propria vulnerabilità si intreccia all’odio di sé. 

In questo schema pratiche e norme sociali non sono solo costrutti culturali ma componenti di un sistema che plasma il desiderio umano, instilla risentimento e facilita l’aggressività come soluzione alle tensioni interiori non elaborate. La circoncisione maschile praticata in età della consapevolezza, la paura dell’autonomia femminile e persino alcune concezioni simboliche estreme della ricompensa ultraterrena sono interpretate come dispositivi che consolidano una psicologia in cui la morte è carica di un senso di purezza, e di controllo assoluto su ciò che l’individuo non può raggiungere nella vita. Rehov conclude sostenendo che il terrorismo-suicidio non va confinato in categorie come nichilismo o semplice razionalità politica ma letto come esito di un intreccio di repressione psicologica, rabbia e idealizzazione violenta della morte. Un’interpretazione che rifiuta spiegazioni riduzioniste e invita a una comprensione profonda dei meccanismi interiori sfidando le categorie interpretative tradizionali.