SIRIA – A Damasco riapre una sinagoga

La sinagoga Franje nella Città Vecchia di Damasco, edificata da ebrei sefarditi fuggiti dalla Spagna dopo l’espulsione del XV secolo, è stata ufficialmente riaperta alla fine di gennaio da un rabbino determinato a rianimare la comunità ebraica siriana, quasi scomparsa dopo decenni di repressione e conflitto. L’edificio, racconta Jotam Confino sul Jewish Chronicle, è da tempo inutilizzato ma conserva ancora al suo interno non solo arredi e candelabri ma anche alcuni Sefer Torah e antichi libri dei Salmi ed è già stato rimesso in condizione di ospitare le funzioni. Rav Michael Eilyahu Houry, tunisino, ha dichiarato che il suo obiettivo è «assicurare il ritorno degli ebrei in Siria». Ha aggiunto: «Credo che gli ebrei in Siria avrebbero una vita molto buona. Sarebbero più sicuri qui che in Europa», spiegando che dal punto di vista religioso «l’islam è molto vicino all’ebraismo» e sostenendo che oggi gli ebrei non si sentono a proprio agio in altri Paesi. Non intende solo incoraggiare il ritorno in patria degli ebrei siriani ma anche restaurare i luoghi di culto abbandonati, o distrutti, raccogliendo donazioni da ogni parte del mondo. Oltre alla sinagoga di Jobar, uno dei templi più antichi, racconta che in Siria restano una trentina di sinagoghe, molte delle quali richiedono interventi importanti significativi: oltre ad essere state abbandonate per lungo tempo molte sono danneggiate, in qualche modo coinvolte nella guerra civile. Nel frattempo la comunità ebraica, che un tempo contava decine di migliaia di persone ed era concentrata soprattutto a Damasco e ad Aleppo, si è progressivamente ridotta sia dopo la fondazione dello Stato di Israele che per effetto delle successive guerre e delle restrizioni imposte dall’ex dittatore Hafez al-Assad, e nel 1992, quando furono allentate le limitazioni agli spostamenti, migliaia di ebrei lasciarono il paese. Oggi, secondo il racconto del rabbino, la presenza ebraica in Siria è limitata a sette persone. La riapertura della sinagoga è un segno di possibile rinascita ebraica e di un nuovo rapporto col passato, segnato da esodi e dispersione. L’appoggio dichiarato del nuovo presidente siriano, Ahmed al-Sharaa – lui stesso un ex qaedista appare cruciale e il rabbino Houry non nasconde la sua fiducia che un clima di maggiore apertura possa incoraggiare ebrei in tutto il mondo a considerare di tornare a vivere in Siria in condizioni di sicurezza. La riapertura della sinagoga si inscrive in un tentativo più ampio di preservare e restaurare siti storici ripensando il ruolo di una comunità che, pur quasi scomparsa, è parte integrante della lunga e complessa storia del paese.