IRAN – «La parola chiave è intervento»
Piano piano per gli italiani sta diventando un volto noto. Sarà il suo parlare chiaro ed elegante – merce rara in televisione – o perché racconta un Paese affascinante, di solito presente sui media globali per i crimini commessi dal regime che dal 1979 lo tiene in pugno. Parliamo dell’Iran e di Pejman Abdolhommadi, professore italo-persiano di Storia e Relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università di Trento e Visiting Professor alla UC Berkeley.
Intervistato a fine gennaio, subito prima che Pagine Ebraiche andasse in stampa, l’accademico ha condiviso il suo pensiero sui tragici fatti di inizio anno, ossia sulla massiccia ribellione del popolo persiano contro i suoi carcerieri. Una rivolta – anzi «una rivoluzione», precisa Abdolhommadi – che il clero sciita ha represso nel sangue dando ordine all’apparato di sicurezza di aprire il fuoco in ogni città contro la popolazione indifesa.
Il silenzio imposto dagli ayatollah ai principali mezzi di comunicazione ha reso difficile la conta delle vittime: si parla però di non meno di 16mila persone, in prevalenza ragazzi e ragazze, uccise nel giro di pochi giorni.
Professore, sembrava che quel regime stesse per crollare.
«Non ci siamo illusi però bisogna che tutti si prendano le loro responsabilità: la popolazione è uscita in piazza per una rivoluzione nazionale patriottica, in milioni hanno sfidato la Repubblica islamica ma la macchina della repressione ha risposto con le mitragliate. Se c’è stata un’illusione è perché gli altri attori che dovrebbero intervenire non sono ancora intervenuti con un’opera di liberazione».
Sta parlando di Donald Trump?
«Non ho usato il passato perché credo ancora che gli Stati Uniti possano intervenire e lo faranno presto. Se non aiuteranno gli iraniani entro le prossime settimane ci troveremo di fronte alla legittimazione mondiale non solo del regime islamico ma della ripresa del terrorismo internazionale a matrice islamica».
A fermare Trump, che pure aveva annunciato l’arrivo di aiuti a favore dei dimostranti, avrebbe contribuito la pressione degli attori regionali, poco entusiasti all’idea di uno sceriffo americano che mette in riga il dittatore di turno.
«È chiaro che l’Arabia Saudita, il Qatar, la Turchia e un Pakistan super fanatico islamico non hanno alcun interesse che l’Iran torni alla democrazia».
Lei afferma che la spinta per la libertà arriva dal 90 per cento degli iraniani ma che i nemici del cambiamento non mancano…
«Al Forum di Davos l’emiro del Qatar ha detto chiaramente che nessuno vuole instabilità nella regione».
Curiosa dimenticanza quella dell’emiro: storica finanziatrice dei principali gruppi del terrore in Medio Oriente, la Repubblica islamica è il primo motore dell’instabilità nell’area.
«Oggi la stabilità e la libertà sono ricercate dalla popolazione iraniana, dallo Stato di Israele e dagli Stati Uniti; se questa alleanza perderà vincerà Hamas, vinceranno i sostenitori dell’Islam politico, la Turchia, il Qatar, la Cina e tutto quel mondo propal che oggi ridacchia e dice: “Avete visto? Netanyahu e Trump vi hanno lasciati soli”».
Chi resta al fianco degli iraniani?
«Sicuramente le comunità ebraiche hanno mostrato la solidarietà e la vicinanza alla comunità iraniana e questo è stato importante perché in effetti gli iraniani sono stati similmente tra le pochissime popolazioni che hanno sfidato i fondamentalisti islamici anti-Israele in questi due anni seguiti al 7 Ottobre. Oggi gli iraniani sono soli ma vedono Israele come loro alleato. E immagino una grande alleanza fra due grandi civiltà del Medio Oriente: il popolo ebraico e il popolo persiano, che oggi fanno pressione su Trump affinché intervenga a concludere la partita. Ormai è un attimo perché sia finita».
Ma perché l’intervento è così necessario?
«Perché serve a indebolire lo strumento che il regime ha ancora nelle sue mani, ossia un terzo dei macchinari che aveva, oggi impegnati nella repressione».
Ma è vero che tutti gli iraniani vogliono il ritorno dello scià?
«La differenza della rivoluzione patriottica del 2026 rispetto alle proteste degli anni precedenti è innanzitutto l’estensione: parliamo di un fenomeno pienamente nazionale con dai dieci ai dodici milioni di cittadini nelle strade di 250 città: una presenza fisica massiccia. La popolazione iraniana protesta in maggioranza e invoca il figlio dell’ultimo scià come elemento intelligente, come leader di unità nazionale per il periodo della transizione post ayatollah. Questo non vuol dire che tutti vogliano ripristinare la monarchia né significa, come sostengono invece i gruppi ostili alla rivoluzione qui in Occidente, che qualcuno voglia tornare alla monarchia assoluta. Si tratta di argomenti strumentali utilizzati da certi settori di sinistra messi in difficoltà da un intero popolo che lotta per la libertà, quando loro dovrebbero stare dalla parte del popolo».
Perché non c’è intesa fra questi settori e i persiani?
«Perché è un popolo che lotta contro il marxismo e contro l’islam politico, perché è patriottico, amico degli Stati Uniti e di Israele: tutti elementi che scatenano una certa “allergia”. D’altronde non c’è stata una singola manifestazione in Iran in cui non sia stato scandito il nome di Reza Pahlavi».
E perché non c’è una leadership dall’interno del Paese?
«Perché se ci fosse un leader, il regime lo ucciderebbe in un secondo. È impossibile».
Cosa dice la diaspora iraniana?
«Parliamo di circa sette milioni di persone. C’è compattezza. Abbiamo visto 100mila iraniani “prendere” Toronto. Ed erano tantissimi a manifestare a Los Angeles. Abbiamo visto migliaia di persone in strada fra Parigi, Berlino, Roma e Milano. L’ottanta per cento della diaspora è unito».
E il venti per cento che sostiene ancora il regime?
«Sono finiti. La storia è contro di loro». Vuole lanciare un appello? «Bisogna intervenire per sostenere la liberazione della popolazione iraniana, non c’è tempo da perdere. Gli iraniani si stanno battendo per la libertà e la democrazia, non hanno quindi bisogno di “importarla”: ce l’hanno già nel loro spirito e l’hanno dimostrato al mondo. Bisogna solo intervenire per aiutarli. Intervento è la parola chiave. Caduto il regime, seguirà una fase di riconciliazione fra due grandi popoli, quello persiano e quello ebraico».
dan.mos.