GERMANIA – La famiglia Simson all’AfD: «Giù le mani dai nostri motorini»
In Germania le motociclette Simson sono un oggetto di culto: soprattutto i modelli Schwalbe e S51, prodotti a Suhl, in Turingia, continuano a circolare come simboli di un passato ormai idealizzato. Per molti rappresentano un frammento della vita quotidiana nella DDR sopravvissuto alla riunificazione, un pezzo di identità dell’Est che ancora resiste sulle strade.
Oggi il marchio è diventato un caso politico con lo scontro tra i discendenti della famiglia ebraica Simson e l’estrema destra tedesca. Da mesi l’AfD (Alternativa per la Germania) utilizza l’immagine delle due ruote di Suhl nella campagna elettorale in Turingia. Il leader regionale del partito, Björn Höcke – noto per le sue posizioni revisioniste sul nazismo e per aver definito il Memoriale della Shoah di Berlino una «vergogna» – si è fatto fotografare in sella a una Simson. In diversi parlamenti dei Länder orientali, l’AfD ha chiesto che il marchio venga riconosciuto come patrimonio culturale immateriale, presentandolo come emblema di «libertà, indipendenza e individualità».
Un’appropriazione culturale respinta dalla famiglia dei fondatori. «Troviamo ripugnante qualsiasi collegamento con l’AfD e lo consideriamo un insulto al nostro nome», ha dichiarato Dennis Baum, portavoce dei discendenti, oggi residenti negli Stati Uniti. «Rifiutiamo con decisione le ideologie estremiste e non accetteremo che il nostro nome venga strumentalizzato».
L’azienda fu fondata nell’Ottocento dai fratelli Moses e Loeb Simson e si affermò prima come produttrice di armi, poi anche di veicoli, tra cui l’auto da corsa Simson Supra. Nel 1936, sotto il regime nazista e la persecuzione antisemita, la famiglia fu costretta a cedere l’impresa e a lasciare la Germania. L’esilio negli Stati Uniti segnò una frattura definitiva.
Dopo la guerra, lo stabilimento di Suhl divenne un’impresa statale della DDR – la VEB Fahrzeug- und Jagdwaffenwerk “Ernst Thälmann” – e arrivò a produrre fino a 200 mila ciclomotori all’anno. Il nome Simson rimase sui serbatoi e nei libretti di circolazione, ma la storia dei suoi fondatori fu rimossa. «La mia famiglia parlava raramente dei beni che avevamo lasciato in Germania», ha raccontato Baum. «Sapevo vagamente che a un certo punto c’era stata un’azienda che produceva automobili». Fu solo nel 1990, viaggiando verso Suhl dopo la caduta del Muro, che intuì quanto quel nome fosse rimasto vivo: «Eravamo bloccati dietro un autobus e sul retro c’era la pubblicità di uno scooter chiamato Simson-Schwalbe».
Negli anni successivi Baum ha guidato una lunga battaglia per la restituzione dei beni familiari in Turingia. Alcune proprietà sono tornate in seno alla famiglia, la Simson no: dopo la riunificazione lo stabilimento passò sotto il controllo della Treuhandanstalt – l’ente pubblico creato nel 1990 per privatizzare le imprese statali della Germania Est – e fu messo in vendita insieme a centinaia di altre aziende dell’ex DDR. Tra gare, ricorsi e cambi di proprietà, la produzione Simson entrò in crisi fino a cessare definitivamente nei primi anni Duemila. Agli eredi rimase il diritto sul marchio, non la fabbrica né la continuità industriale. «Se un giorno qualcuno volesse far rinascere la produzione a Suhl con il nome Simson», ha osservato Baum, «può chiamarmi e chiedermelo».