CINEMA – Addio a Wiseman, “l’ebreo culturale” che ha raccontato le istituzioni d’America

«Sii felice con quelli che ami, con quelli che ti stanno accanto, con quelli che sono diventati più cari a te di tua madre». In The Last Letter Frederick Wiseman affida a una donna ebrea chiusa in un ghetto ucraino nel 1941 un monologo estremo: una madre che detta al figlio l’ultima lettera prima della deportazione. Il film, tratto da Vita e destino di Vasilij Grossman, è costruito quasi interamente sul volto dell’attrice Catherine Samie, in un bianco e nero essenziale. Nessuna musica, nessuna enfasi: solo una voce che resiste mentre il mondo crolla. The Last Letter è una delle rare opere in cui Wiseman affronta la distruzione degli ebrei d’Europa.
Il regista americano, scomparso il 16 febbraio a 96 anni, era celebre soprattutto per i suoi documentari. In oltre sessant’anni di attività ha realizzato 45 film, dedicati alle istituzioni della vita americana: scuole, ospedali, caserme, tribunali, biblioteche, municipi. «L’istituzione è solo un pretesto per osservare il comportamento umano in condizioni in qualche modo definite», spiegava.
Nato a Boston nel 1930 in una famiglia ebraica, Wiseman si definiva «culturalmente ebreo». In casa si parlava yiddish e si leggeva il Forverts. Il padre, giudice nato in Russia ed emigrato negli Stati Uniti, vide respinta una nomina quando fu resa nota la sua identità ebraica e fu attivo nel sostegno agli ebrei dell’Unione Sovietica, impegnandosi pubblicamente per denunciarne le discriminazioni. Anche Wiseman conobbe l’esclusione: al Williams College scoprì che le confraternite non accettavano studenti ebrei. «Mi sentivo un cittadino di seconda classe», ricordò. Scrisse editoriali contro quello che definì “antisemitismo istituzionalizzato”, una ferita che disse di non aver mai dimenticato.
Il suo esordio cinematografico, Titicut Follies (1967), girato in un ospedale psichiatrico giudiziario del Massachusetts, fu vietato per oltre vent’anni. «Non ho intenzione di essere polemico», dichiarò. «Ma penso che a volte il contenuto del film vada contro le aspettative e le fantasie delle persone sull’argomento». Il film mostrava detenuti umiliati e il funzionamento dell’istituzione senza commento esterno, secondo uno stile che sarebbe rimasto una costante: troupe ridotte, nessuna voce narrante, lunghi mesi di montaggio.
Da High School a Law and Order, da Hospital a Public Housing fino a Ex Libris: The New York Public Library e a City Hall, Wiseman ha continuato a esplorare il funzionamento delle strutture collettive. Il suo ultimo film, Menus-Plaisirs – Les Troisgros (2023), era dedicato a un ristorante tre stelle Michelin e alla famiglia che lo gestisce.
Non amava la parola “documentario”, perché suggeriva «una pulizia e un’autorità che la realtà si rifiuta di offrire». Negli ultimi anni, quando gli chiedevano come scegliesse i soggetti, rispondeva: «Curiosità».
Oltre a The Last Letter, tra le poche opere direttamente legate a temi ebraici figura Sinai Field Mission (1978), dedicato alla missione americana nel Sinai dopo la Guerra del Kippur. Ma anche quando non trattava soggetti ebraici, il cinema di Wiseman conservava, come sottolinea il Forward, uno “sguardo ebraico”: un’attenzione costante alla dignità dell’individuo, al peso morale delle scelte e al funzionamento o al fallimento delle strutture collettive che regolano la vita comune.
La famiglia del regista, nell’annunciarne la scomparsa, ha sottolineato come «mancherà profondamente alla sua famiglia, agli amici, ai colleghi e agli innumerevoli registi e spettatori di tutto il mondo le cui vite e prospettive sono state plasmate dalla sua visione unica».