MILANO – Fumagalli: «Nel segno di Isaac, dopo il 7 ottobre serve una nuova stagione di riconciliazione»

Jules Isaac, storico ebreo francese sopravvissuto alla Shoah, fu tra i pionieri del dialogo ebraico-cristiano e tra gli artefici della svolta della Nostra Aetate. A sessant’anni da quella dichiarazione e dopo il trauma del 7 ottobre 2023, la sua eredità torna a interrogare il presente e il futuro dei rapporti tra ebraismo, Israele e la Chiesa.
«Dopo la Shoah c’è stato Jules Isaac che ha saputo toccare e avviare la Chiesa verso un rapporto con Israele molto ampio, fondato sulla riconciliazione, sul concetto ebraico della Teshuvah. È stato un cammino lungo e complesso», osserva Pier Francesco Fumagalli, presidente dell’Associazione Italia-Israele di Milano ed emerito prefetto della Biblioteca Ambrosiana. «Allo stesso modo, dopo il 7 ottobre, è auspicabile una ripresa di questo percorso di riconciliazione fra Chiesa e Israele. Potrebbe essere anche una speranza di pace per Gaza».
Equilibri delicati tra religione e politica al centro dell’incontro del 19 febbraio al Memoriale della Shoah di Milano, promosso dall’Associazione Italia-Israele di Milano, in occasione della presentazione del volume di Norman C. Tobias, La coscienza ebraica della Chiesa. Jules Isaac e il concilio Vaticano II (Ed. Marietti 1820). Il libro ricostruisce il contributo decisivo di Isaac al rinnovamento della riflessione cattolica sugli ebrei e l’influenza esercitata sul testo conciliare.
Ne discuteranno, insieme a Fumagalli, rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano, lo storico Alberto Melloni, lo psicoanalista David Meghnagi, l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede Yaron Sideman, con un saluto introduttivo di Milena Santerini, vicepresidente del Memoriale della Shoah e un contributo del direttore della Fondazione Cdec, Gadi Luzzatto Voghera.
Per Fumagalli l’influenza di Isaac è troppo ampia per essere riassunta. «Sono troppe le cose da dire. Quando iniziai la mia missione in Vaticano, nell’ottobre 1986, trovai nel cassetto una fotocopia del memorandum che Isaac consegnò al Papa. Un segno. E il suo Gesù e Israele ha orientato profondamente molte mie scelte per Israele». Un’esperienza personale che si intreccia con una convinzione: quella stagione non è chiusa. Il contesto attuale, aggiunge Fumagalli, rende quella lezione ancora più urgente.
Dopo il 7 ottobre anche in Italia il dialogo ebraico-cristiano ha attraversato una fase di tensione. Rav Arbib ha dato voce alla preoccupazione del mondo ebraico per una frattura apertasi nel rapporto con la Chiesa dopo l’attacco di Hamas e la guerra a Gaza. In diverse occasioni ha denunciato il riemergere di pregiudizi antiebraici anche in ambito ecclesiale, una scarsa empatia verso Israele e la sottovalutazione, in alcuni ambienti cattolici, della nuova ondata di antisemitismo esplosa dopo il 7 ottobre.
Un segnale incoraggiante, sottolinea Fumagalli, è stato l’incontro di papa Leone XIV con Arbib e con il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, così come la citazione del pontefice dei versi del poeta israeliano Yehuda Amichai da Una pace selvatica.
«La lezione di Jules Isaac richiederebbe ancora oggi iniziative forti, per procedere nello stesso senso aperto della Nostra Aetate», insiste Fumagalli. «C’è da fare, da lavorare, da sperare». 

d.r.