SCAFFALE – Il surrogato di una religione?

I geni, si sa, hanno, quasi sempre, un brutto carattere. E Sigmund Freud non fa certo eccezione. Prima di incontrare Carl Jung, il padre della psicoanalisi «aveva rotto prima con Breuer, con cui fu ingeneroso, poi con Fliess e ancora dopo con Steckel e Adler. Nel corso degli anni anche l’amicizia con Otto Rank, dopo un lungo e creativo sodalizio, entrò in crisi, quando questi esplicitò le sue crescenti divergenze dal Maestro. Per non parlare di Sàndor Ferenczi, tra i più geniali dei suoi seguaci e amici più stretti, quando cominciò a esplicitare una crescente distanza teorica e clinica».

Ce lo ricorda David Meghnagi, psicanalista e studioso di fama internazionale, in un libro di rara profondità e profondo interesse, che rappresenta un’acuta e innovativa ricognizione sugli anni, gli ambienti e i protagonisti a cui va collegata la genesi di quella rivoluzionaria esplorazione della mente umana che avrebbe cambiato irreversibilmente l’autocoscienza dell’uomo contemporaneo: S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e “la faccenda nazionale ebraica” (Bollati Boringhieri, Torino, 2025, pp. 286, euro 20). 

Uscito da quello che egli stesso chiamò uno «splendido isolamento», racconta ancora l’autore, Freud aggregò un gruppo di seguaci, quasi tutti ebrei (il primo non ebreo ad aderirvi, nel 1908, fu Rudolph Urbantschitsch), che si riuniva nel suo studio ogni mercoledì sera. Ne facevano parte medici (non però psichiatri), ma anche intellettuali di altra formazione, come critici letterari e artistici, musicisti, filosofi, giuristi. Si ascoltavano delle relazioni, seguite da un libero dibattito e poi dalle conclusioni del padrone di casa, per poi continuare le discussioni, fino a tardi, in qualche caffè viennese. Lo scienziato percepiva evidentemente queste riunioni libere e informali come più adatte alla sua personalità e al suo carattere (e, aggiungo, io, verosimilmente, al suo desiderio di protagonismo) di quanto non gli apparissero «i rituali ingessati degli ambienti ufficiali della medicina e della psichiatria». Un mondo, quello accademico, a cui «guardava con grande ambivalenza, enfatizzando il suo isolamento». Pur avendo acquisito il titolo di Privatdozent, grazie al quale poteva tenere delle lezioni all’Università di Vienna, non era infatti organico all’ateneo, e si manteneva solo con la sua professione privata. 

Nel marzo del 1907, entrò a far parte del gruppo (la cui «debolezza e marginalità – nota Meghnagi -…era anche la sua forza») anche Carl Gustav Jung. E l’incontro tra i due, com’è noto, ebbe conseguenze dirompenti. «L’incontro con Freud fu per Jung l’uscita da un opprimente deserto. Per entrambi fu l’inizio di un rapporto intenso e creativo, carico di passioni e speranze reciproche, di illusioni e amare disillusioni, frutto di desideri e pretese eccessive che finirono per implodere in reciproche e irrimediabili accuse».

Obiettivo di Meghnagi è quello di investigare «le vicissitudini interne del movimento psicoanalitico, le tensioni, le fratture e le derive umane che ne hanno costellato la storia, sono state parte di un processo complesso di affermazione di un nuovo paradigma scientifico e culturale, che ha coinvolto generazioni di studiosi e allievi in cui l’aspirazione genuina allo sviluppo del sapere si è spesso mescolata all’ambivalenza costitutiva di ogni relazione umana». 

Il libro rappresenta quindi non solo uno studio di storia della scienza, ma anche della vita privata, delle biografie personali dei soggetti che questa scienza hanno costruito, e delle relazioni tra di esse. Una storia delle idee, quindi, ma anche delle emozioni (ambizioni, frustrazioni, gelosie…) degli uomini che le hanno elaborate. 

«In una disciplina nuova – scrive Meghnagi –, in aperta rottura con i paradigmi del sapere medico e della cura, le rivalità, le gelosie e le incomprensioni finirono per assumere i connotati di uno scontro religioso». 

In una lettera a Jung del 1910, Freud scrisse che la psicoanalisi non può essere considerata il surrogato di una religione, né lui voleva essere ritenuto il fondatore di una religione. I suoi propositi non si spingevano così «lontano», e tale bisogno andava «sublimato».

Al di là delle intenzioni del suo fondatore, ritengo che sia innegabile individuare nella psicoanalisi, per alcune sue caratteristiche – che non è qui il caso di indicare – degli elementi di tipo religioso. Così come la stessa cosa si può certamente dire del marxismo, grande e violenta “eresia” dell’ebraismo, volta a realizzare una sorta di utopia messianica “qui e ora”, senza e contro Dio. 

La vita e il pensiero di Freud, d’altronde, oscillano dolorosamente tra due poli opposti: le origini ebraiche dello scienziato (estremamente condizionanti il suo pensiero, anche se, ne L’uomo Mosè e la religione monoteista, volle vibrare un colpo mortale al cuore dell’ebraismo, negando l’ebraicità di Mosè), e l’ossessione antisemita che si trovò a fronteggiare. A proposito di quest’ultima, ho proposto, di recente, un’interpretazione dell’antisemitismo proprio come una forma di religione. Stretto tra la religione ebraica (che poi, come sappiamo, non è solo una religione) e la religione antisemita, Freud crea un pensiero «religioso» che negò però essere un «surrogato» di religione. 

Ma credo che non stia al creatore di un pensiero definire cosa esso sia, o possa diventare. Né Mosè né Gesù hanno mai detto di volere creare una nuova religione.

Nel libro di Meghnagi si possono cercare risposte a un’infinità di domande. Per quanto mi riguarda, io vi cerco non tanto la risposta a quella se la psicoanalisi sia una religione, o un surrogato della stessa, e neanche a quella di cosa sia la religione. La domanda che più mi interessa è questa: può, un confronto di pensiero tra grandi spiriti, evitare di risolversi inevitabilmente in conflitto? 

Tutti conoscono i soavi versi del sonetto Guido, i’ vorrei, ma pochi sanno perché fu scritto, né hanno letto quello, sprezzante, che inviò in risposta il Cavalcanti. Il sodalizio tra i due grandi poeti si era ormai rotto, per sempre. E l’ultima, terribile ed enigmatica risposta fu data da Dante nel decimo Canto dell’Inferno, scritto quando il suo «primo amico» era ormai morto. 

Francesco Lucrezi, storico