MILANO – Persecuzione e salvezza, la mostra sui destini di Dario e Dino

Dario e Dino Molho portano lo stesso cognome. Entrambi nati a Milano – il primo nel 1928, il secondo nel 1929 – crescono nella stessa città, in famiglie ebraiche pienamente inserite nel tessuto urbano e produttivo milanese. Le loro vite scorrono parallele fino al 1938: poi le leggi razziali, la guerra e l’8 settembre 1943 disegnano per i due ragazzi traiettorie profondamente diverse.
Da questo intreccio prende forma Due destini, una città. Dino Molho e Dario Molho, le tracce negli archivi di Milano (1938-1991), la mostra promossa dal Memoriale della Shoah di Milano e dalla Fondazione Cdec, curata da Patrizia Baldi e Saverio Colacicco, in programma al Memoriale dal 5 marzo al 5 aprile.
Dario nasce a Milano il 15 febbraio 1928, figlio di Leone Molho e Rachele Saltiel. Nel 1938 ha dieci anni quando viene espulso da scuola in applicazione delle leggi razziali. È uno dei tanti bambini ebrei milanesi allontanati dalle aule con un semplice atto amministrativo. Dopo l’8 settembre 1943 la persecuzione si fa sistematica. Arrestato a Milano insieme alla madre il 24 maggio del 1944, il 9 giugno parte dal famigerato Binario 21 della Stazione Centrale verso il campo di transito di Fossoli. Da qui il 26 giugno viene deportato ad Auschwitz-Birkenau, dove sarà assassinato all’età di 16 anni.
Dino nasce a Milano nel 1929, figlio di Salomone Molho e Iris Bassano. Anche per lui il 1938 segna l’espulsione dalla scuola e l’inizio delle restrizioni. La sua famiglia, attiva nel settore manifatturiero tra Milano e Magenta, è colpita da sequestri e confische. Dopo l’8 settembre 1943, mentre gli arresti si moltiplicano, i Molho trovano rifugio nello stabilimento di Magenta. Alcuni dipendenti organizzano un nascondiglio all’interno della fabbrica e li proteggono fino alla Liberazione dell’aprile 1945. Nel dopoguerra l’azienda viene restituita e Dino ne assumerà la guida.
L’esposizione al Memoriale ricostruisce queste due vicende attraverso documenti provenienti da archivi pubblici e privati – scuole, uffici comunali, istituzioni statali – riportando al centro la materialità delle carte. «Seguendo in parallelo le loro storie, la mostra restituisce concretezza al processo persecutorio, mostrando come la Shoah non sia stata un evento improvviso e astratto, ma un meccanismo punteggiato di atti amministrativi, esclusioni progressive, spoliazioni, responsabilità istituzionali e comportamenti individuali che, passo dopo passo, determinarono destini opposti», spiegano i curatori.
Il progetto nasce da ricerche della Fondazione Cdec e dell’Università degli Studi di Milano e ha dato vita anche a un laboratorio didattico del Cdec rivolto agli studenti.