CINEMA – Restaurato Al Khet, finestra sul passato yiddish d’Europa
La storia del cinema yiddish è segnata più dalle lacune che dalla continuità e proprio per questo la sopravvivenza di Al Khet, lungometraggio del 1936 diretto da Aleksander Marten e noto anche come I Have Sinned, assume il valore di una testimonianza culturale che eccede il suo statuto di melodramma. Emma Kantor su HeyAlma ne sottolinea la natura di oggetto raro, riemerso grazie a un lavoro di restauro che consente oggi di accedere al racconto di un intero sistema di relazioni sociali, linguistiche e morali del mondo ebraico dell’Europa orientale alla vigilia della sua distruzione. La vicenda ruota attorno alla storia di una giovane donna ebrea e alla sua relazione con un uomo sposato, ma al centro del racconto si trova la rete di conseguenze che produce nello spazio comunitario, dove il comportamento individuale diventa subito fatto pubblico, materia di discussione e di giudizio. Il peccato evocato dal titolo è un dispositivo narrativo che mette in moto dinamiche di esclusione, vergogna e al tempo stesso possibile reintegrazione, restituendo l’immagine di una società regolata da molte norme ma non priva di flessibilità. In questa dialettica tra controllo sociale e aspirazione personale si coglie la modernità intrinseca alla cultura yiddish che il film registra senza trasformarla in manifesto, affidandola alla recitazione e alla costruzione delle situazioni.
L’interpretazione di Rochl Holzer, indicata come uno dei punti di forza dell’opera, si muove su una linea di intensità trattenuta che evita l’enfasi e costruisce un personaggio credibile nella sua oscillazione tra desiderio e senso di colpa, mentre la presenza della coppia comica Shimon Dzigan e Israel Shumacher è un controcanto che rinvia direttamente alla tradizione del teatro yiddish, mostrando la permeabilità tra i diversi media e la capacità di quel sistema culturale di rinnovare i propri codici espressivi. Anche la dimensione produttiva ha un rilievo che va oltre il dato industriale: il film nasce in Polonia ma si rivolge a un pubblico disperso tra Europa e diaspora, unito dalla lingua e da un immaginario condiviso, e testimonia l’esistenza di un circuito transnazionale in cui il cinema diventa strumento di autorappresentazione e di riconoscimento reciproco. Vederlo oggi significa confrontarsi con una normalità culturale interrotta, con un mondo in cui le tensioni tra tradizione e cambiamento trovavano una forma di elaborazione interna, senza la mediazione dello sguardo esterno. La sua riscoperta porta più all’analisi storica che alla nostalgia: ciò che riemerge è la prova concreta di una vita collettiva capace di raccontarsi con i propri mezzi, di mettere in scena i propri conflitti e di trasformarli in narrazione condivisa prima che la violenza della storia ne cancellasse le condizioni di possibilità.