MEMORIA – L’utilità e i limiti dei testimoni virtuali
In una sinagoga di Brooklyn una donna centenaria seduta su una poltrona maculata attende le domande di un gruppo di ragazzi. Non è presente, eppure risponde. È l’avatar di Sonia Warshawski – sopravvissuta a Majdanek, Auschwitz-Birkenau e Bergen-Belsen – che negli ultimi anni ha affidato a centinaia di risposte registrate il compito di continuare a testimoniare quando la voce fisica non sarà più disponibile. La sua biografia — il ghetto di Międzyrzec, la madre avviata alla camera a gas, le ceneri dei prigionieri sparse come fertilizzante, il colpo di fucile il giorno della liberazione — resta il cuore dell’esperienza: la tecnologia non aggiunge contenuti, li rende interrogabili. Gli studenti formulano domande e ricevono risposte reali, registrate una sola volta, evitando ai sopravvissuti la ripetizione di un racconto che per molti significa riattraversare traumi, depressione, disturbo post-traumatico. In questo passaggio si colloca la dimensione più concreta del progetto promosso dalla Blue Card, la società tecnologica che ha sviluppato l’infrastruttura su cui si basa il progetto occupandosi della gestione dei dati, degli ambienti di archiviazione e delle interfacce di accesso. Nata come piattaforma specializzata in soluzioni digitali ad alta capacità per istituzioni culturali e archivi complessi, ha progressivamente esteso il proprio raggio d’azione ai sistemi di conservazione della memoria personale e collettiva, un modello che combina cloud proprietario, protocolli di sicurezza e strumenti di indicizzazione semantica pensati per rendere navigabili grandi quantità di contenuti biografici, di cui scrive Hannah Feuer sul Forward, uno strumento pensato per il tempo in cui i sopravvissuti alla Shoah non potranno più parlare in prima persona. L’efficacia didattica si misura anche nell’attenzione: mani alzate, curiosità che prosegue oltre il tempo previsto, la sensazione di trovarsi in un dialogo e non davanti a un video. Ma i limiti del sistema sono evidenti: se la domanda esce dal repertorio previsto la risposta si inceppa, l’operatore interviene e la conversazione si rivela costruita. È un limite tecnico e insieme una scelta etica, perché l’avatar può dire solo ciò che è stato detto, non può produrre nuove frasi né opinioni sull’attualità, evitando il rischio di attribuire ai sopravvissuti parole che non hanno mai pronunciato. Il confronto con esperimenti meno controllati, capaci di generare risposte inedite, mostra quanto sia sottile il confine tra conservazione della memoria e sua manipolazione. Le perplessità non mancano neppure tra gli studiosi della didattica della Shoah, che temono anche la riduzione dell’avatar ad assistente virtuale, oggetto da testare più che persona da ascoltare. E tuttavia nelle preoccupazioni espresse dagli stessi sopravvissuti emerge una priorità diversa: chi racconterà dopo di loro. Una domanda che attraversava già i primi progetti olografici della USC Shoah Foundation, dove la registrazione di migliaia di risposte, organizzate per restituire la vita prima della guerra, la distruzione e il dopoguerra, cercava di mantenere intatta la dimensione narrativa e non solo documentaria. Lì come qui, l’illusione del dialogo convive con la consapevolezza della distanza: la risposta «non mi è mai stata posta questa domanda» segna il punto in cui il tempo presente non può essere condiviso. Forse è proprio in questa frattura che si colloca il senso dell’esperimento: non sostituire il testimone, ma rendere percepibile la sua assenza, trasformando la tecnologia in una forma di lutto attivo. Warshawski, interrogata sul proprio doppio digitale, ringrazia l’Onnipotente per la forza di continuare e invita a studiare la storia: un’esortazione che suona quasi anacronistica nell’ambiente interattivo che la ospita. La nipote, regista del documentario sulla sua vita, lo dice con disarmante semplicità: idealmente tutti dovrebbero leggere più libri. In questa tensione tra pagina e algoritmo, tra presenza e simulazione, si gioca una delle questioni centrali della trasmissione della memoria nel tempo della sua riproducibilità tecnica: quale forma di relazione con il passato renda ancora possibile l’ascolto. In questa prospettiva la scelta di costruire un archivio interrogabile ha anche una dimensione sociale: Blue Card, nata per sostenere i sopravvissuti in condizioni di fragilità economica, trasforma il gesto assistenziale in un investimento culturale, legando la cura delle vite presenti alla trasmissione della loro storia. Il progetto implica tempi lunghi, lunghe sessioni di ripresa, una preparazione delle domande che obbliga a pensare in anticipo al futuro della testimonianza: non più il racconto che si adatta all’interlocutore, ma una mappa di temi che dovrà reggere quando l’interlocutore non potrà più esserci. Anche per questo molti sopravvissuti vi hanno aderito con un sentimento ambivalente, tra il sollievo di non dover ripercorrere ancora e ancora l’esperienza concentrazionaria, e la consapevolezza che ogni risposta registrata fissa una versione definitiva, sottratta alla variabilità della memoria viva. Ne deriva una forma di autorappresentazione sorvegliata, in cui la precisione storica diventa un atto di responsabilità verso studenti che il testimone non conoscerà mai. Se l’incontro diretto aveva nella sua forza emotiva la possibilità dell’imprevisto, qui la pedagogia passa attraverso la costruzione di un lessico stabile, capace di resistere alle semplificazioni e all’uso polemico del passato, una memoria preparata con cura, che chiede di essere interrogata con altrettanta cura.