REGNO UNITO – Capo di Oxfam in tribunale: Licenziata perché non penso solo a Gaza

Oxfam è una delle principali organizzazioni umanitarie britanniche, parte di una confederazione internazionale impegnata in interventi d’emergenza, programmi di sviluppo e campagne politiche contro le disuguaglianze. Oggi Oxfam è tornata al centro di una controversia che riguarda la propria cultura interna. L’ente, che finanzia una parte significativa delle proprie attività attraverso donazioni pubbliche e una vasta rete di charity shop – veri e propri negozi dell’usato gestiti da volontari e divenuti negli anni un elemento stabile del paesaggio urbano del Regno Unito – è stato accusato dalla sua ex direttrice generale Halima Begum di aver sviluppato una «cultura tossica e antisemita». In vista del ricorso all’Employment tribunal britannico, Begum sostiene che l’organizzazione abbia riservato un’attenzione «sproporzionata» alla guerra a Gaza e che all’interno vi sia stata una pressione a definire come «genocidio» l’azione israeliana prima che esistesse una posizione fondata su prove e su un parere legale. Begum ha lasciato Oxfam lo scorso dicembre, dopo circa diciotto mesi alla guida dell’organizzazione. In un’intervista concessa a Channel 4 News alla vigilia dell’udienza davanti al tribunale del lavoro – davanti al quale ha sostenuto di essere stata costretta a dimettersi in modo ingiusto – ha formulato accuse precise. Ha ribadito che «è fondamentale operare nel rispetto dello stato di diritto e che il diritto internazionale non deve essere compromesso», ma ha anche sottolineato la necessità di «mostrare coerenza rispetto alle altre crisi in corso nel mondo». In questo quadro, ha aggiunto, «si aveva costantemente la sensazione che l’attenzione e il lavoro dell’organizzazione fossero concentrati in modo sproporzionato sulla crisi di Gaza».
 
Secondo l’ex responsabile – scrive Annabel Sinclair su Jewish News – questo orientamento avrebbe prodotto un clima in cui le cautele giuridiche venivano percepite come un ostacolo politico e nel quale per il personale ebraico risultava più difficile esprimere riserve o chiedere un linguaggio più preciso. Oxfam respinge le accuse e ribadisce il proprio impegno contro ogni forma di razzismo e antisemitismo, collocando le proprie prese di posizione nel quadro della tradizionale attività di advocacy che accompagna il lavoro umanitario. La vicenda si inserisce tuttavia in una fase già segnata da tensioni nella governance e da una frattura tra dirigenza e consiglio di amministrazione, sullo sfondo di un’organizzazione che negli ultimi anni ha dovuto ridefinire la propria credibilità pubblica e il rapporto con i donatori dopo una serie di crisi reputazionali. Il punto non riguarda soltanto una controversia di lavoro, ma il modo in cui una Ong costruisce il proprio linguaggio e le proprie priorità in un contesto internazionale polarizzato, dove la distinzione tra analisi giuridica, mobilitazione morale e comunicazione politica tende a farsi più incerta. Per un soggetto che opera grazie alla fiducia del pubblico e alla legittimazione derivante dall’imparzialità delle sue valutazioni, la gestione del dissenso interno e la pluralità delle posizioni diventano parte integrante della missione.