LIBRI – L’eredità di Salvatore Ottolenghi, una lezione di etica e metodo

La Biblioteca del Comune di Scandicci la ospitato la presentazione del libro Salvatore Ottolenghi – Inventore della polizia scientifica, edito da Giuntina, alla presenza dell’autore Roberto Riccardi. Ha introdotto Daniel Vogelmann. L’autore ha dialogato con Franca Gambassi (Associazione A.R.C.O. APS). Letture di Irene Parlagreco. Presente la sindaca di Scandicci, Claudia Sereni. Roberto Riccardi, nato a Bari nel 1966, è Generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri e attualmente dirige il Dipartimento Audit e Innovazione presso il Comando Generale. Accanto alla carriera militare, ha sviluppato un’intensa attività letteraria, pubblicando numerosi libri che hanno ottenuto importanti riconoscimenti di critica. Nella sua produzione alterna classici gialli e noir a opere dedicate all’attualità e ai grandi temi storici, tra cui ricorre con particolare attenzione la Shoah. L’incontro ha offerto al pubblico non solo la presentazione di un volume biografico, ma una vera e propria immersione nella nascita della polizia scientifica italiana attraverso la figura di Salvatore Ottolenghi, pioniere di un metodo investigativo fondato sulla prova tecnica e sulla ricerca rigorosa della verità. Ottolenghi morì nel 1934 e, con le leggi razziali del 1938, il suo nome fu progressivamente rimosso e “dimenticato” dalle istituzioni.
Il cuore dell’incontro è stato il racconto della rivoluzione metodologica introdotta da Ottolenghi. Allievo di Cesare Lombroso, da cui poi si affrancò criticamente, superò l’idea della confessione come “regina delle prove”, ponendo al centro l’evidenza scientifica. Riccardi ha sottolineato come ogni vicenda giudiziaria debba essere letta dentro il proprio contesto storico e sociale. La Roma di inizio Novecento, attraversata da profonde trasformazioni urbane e sociali, fa da sfondo a casi di cronaca nera che ancora oggi colpiscono per la loro modernità. La riflessione si è soffermata sulla necessità di “accendere la luce” prima di analizzare un fatto: capire dove siamo, in quale epoca, dentro quali dinamiche politiche e culturali. Senza questa consapevolezza, la verità rischia di essere deformata. Emblematico il riferimento ai processi manipolati durante il ventennio fascista, quando la pressione politica poteva indirizzare – o distorcere – l’esito della giustizia.
Tra i casi evocati quello del cosiddetto “mostro Girolimoni”. Gino Girolimoni fu accusato di efferati delitti su bambine in un clima di enorme pressione mediatica e politica e il nome “Girolimoni” è rimasto da allora nel linguaggio comune come sinonimo di accusa infondata: un’eredità amara che richiama il pericolo di costruire colpevoli prima ancora delle prove. Riccardi ha anche parlato del femminicidio della Contessa Trigona (1911), dama di compagnia della Regina Elena, e dello “Smemorato di Collegno”, complessa vicenda di identità e inganno che mise in luce le difficoltà del riconoscimento personale prima dell’affermazione dei moderni strumenti scientifici. Le impronte digitali – già note ma non ancora sistematizzate – divennero uno strumento cardine. Con il contributo di Giovanni Gasti, collaboratore di Ottolenghi, nacque la classificazione scientifica delle impronte (il cosiddetto metodo Gasti). Ottolenghi intuì un principio straordinariamente moderno: l’identificazione certa richiede un numero significativo di punti di corrispondenza (sedici minuzie), anticipando di oltre un secolo orientamenti giurisprudenziali consolidati solo molto più tardi. Due i punti di forza sottolineati: l’immutabilità delle impronte nel tempo; la loro precisione identificativa, capace di collegare un individuo a un luogo e a un momento preciso. Un salto in avanti che oggi trova il suo parallelo nel dna – definito la “password dell’esistenza” – entrato nei tribunali solo a partire dagli anni Ottanta del Novecento.
Grande rilievo è stato dato all’impatto che ebbe su Ottolenghi l’Affaire Dreyfus. Alfred Dreyfus fu condannato sulla base di una perizia grafologica fragile e ideologicamente orientata: per Ottolenghi fu la dimostrazione che solo la prova tecnica rigorosa può evitare errori giudiziari e derive antisemite o politiche. Nel 1902 egli propose la creazione di un organismo innovativo: la polizia scientifica. Nacque così un modello fondato su rilievi fotografici, cartellini segnaletici, raccolta sistematica delle tracce e metodo organizzato di sopralluogo (da destra a sinistra, dall’alto in basso), per non lasciare nulla al caso. Un’impostazione che trasformò radicalmente il lavoro investigativo, sottraendolo all’arbitrio e avvicinandolo alla scienza. Storie lontane nel tempo ma sorprendentemente vicine nelle dinamiche: passioni, violenza, manipolazioni, errori giudiziari. Segno che cambiano le tecniche, ma non sempre le fragilità umane. Riccardi ha ricordato anche il primo congresso mondiale delle forze di polizia, tenutosi a New York nel 1920, che segnò il riconoscimento internazionale del modello scientifico italiano. Un paradosso, se si pensa che negli stessi anni gli immigrati italiani sbarcati negli Stati Uniti con le “valigie di cartone” venivano spesso stigmatizzati come portatori di “mafie e malattie”.
Un contrasto forte tra progresso investigativo e discriminazione sociale. La lezione di Ottolenghi, ha concluso Riccardi, è una lezione di metodo e di etica: la verità non si costruisce, si cerca. E si cerca con strumenti tecnici, rigore scientifico, rispetto delle prove e riconoscimento del merito dei collaboratori.
In un tempo in cui l’opinione pubblica corre veloce e il giudizio spesso precede l’accertamento, la figura di Salvatore Ottolenghi ricorda che la giustizia autentica nasce dalla pazienza dell’indagine e dall’umiltà della scienza.

Emanuele Viterbo