MEDIO ORIENTE – Arabia Saudita-Israele, la normalizzazione si allontana

Sul finire dell’amministrazione Biden, nel 2023, l’intesa tra Israele e Arabia Saudita sembrava a portata di mano. Poi le stragi compiute da Hamas il 7 ottobre e la guerra a Gaza hanno congelato tutto. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca il dossier appariva riaperto: il presidente Usa si era impegnato pubblicamente a chiudere lo storico accordo tra Gerusalemme e Riad. Oggi però «la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele è fuori discussione», scrive Yoel Guzansky, esperto israeliano del Golfo. In un’analisi per l’Institute for National Security Studies (Inss), l’analista è netto: Riad ha tolto l’intesa dall’agenda e un’eventuale ripresa «dipende dagli sviluppi nell’arena palestinese» e dall’equilibrio regionale.
Prima della guerra, ricorda Guzansky, il regno aveva avviato un riavvicinamento graduale: aperture dello spazio aereo ai voli israeliani, cooperazione di sicurezza discreta, segnali prudenti da parte del principe ereditario Mohammed bin Salman. Una «normalizzazione sotto traccia» utile a sondare l’opinione pubblica e a rafforzare i rapporti con Washington.
Il 7 ottobre ha segnato la svolta, centrando uno degli obiettivi di Hamas: «Minare il processo di normalizzazione israelo-saudita». Le immagini di Gaza e la pressione interna hanno spinto il regno a irrigidire la posizione. «Riad identifica più rischi che opportunità dalla normalizzazione», osserva Guzansky, anche alla luce di un’opposizione ormai schiacciante. Secondo un sondaggio dell’agosto 2025 del Washington Institute for Near East Policy, il 99% dei sauditi giudica «negativa» l’idea di relazioni normali con Israele. Un’inversione drastica: nel 2020 il 41% guardava con favore agli Accordi di Abramo – pur non coinvolgendo direttamente Riad – e a un possibile ingresso saudita nel processo; la quota è scesa al 20% nel 2023 e al 13% nel 2025.
Il cambio di tono è evidente anche ai vertici. Nell’autunno 2024, davanti al Consiglio della Shura, bin Salman ha accusato Israele di «genocidio contro i palestinesi» e ribadito che non vi saranno relazioni diplomatiche senza uno Stato palestinese entro i confini del 1967, con Gerusalemme Est capitale: una condizione, ha sostenuto il principe ereditario, «inequivocabile e non negoziabile». Anche il ministro degli Esteri Faisal bin Farhan ha chiarito che la normalizzazione «non è all’ordine del giorno» finché non verrà istituito uno Stato palestinese, e che le garanzie statunitensi non bastano a cambiare linea.
Sul piano mediatico, agli editoriali favorevoli a un’apertura hanno fatto seguito critiche frontali alle operazioni israeliane e un sostegno esplicito ai palestinesi. Guzansky segnala inoltre «un marcato aumento» della retorica antisemita nello spazio pubblico del Regno, con «voci saudite di spicco» che rilanciano «teorie cospirative sui “complotti sionisti”» e attacchi sempre più espliciti agli Accordi di Abramo.
Parallelamente, Riad ha promosso con Parigi un’iniziativa per il riconoscimento di uno Stato palestinese e intensificato il coordinamento con Turchia e Qatar, nel tentativo di rafforzare la propria leadership nel mondo arabo e musulmano e compensare l’incertezza regionale.
Se la traiettoria attuale continuerà, avverte Guzansky, «limiterà la libertà d’azione dell’Arabia Saudita e renderà difficile invertire la rotta». Una nuova finestra si aprirebbe solo con «un cambiamento fondamentale delle circostanze», a partire da progressi credibili verso uno Stato palestinese e da un diverso contesto politico in Israele. Fino ad allora, l’accordo resta congelato.