MILANO – Segre Reinach: «Nell’arazzo di Ester l’abito è linguaggio del potere»
«In questo arazzo gli abiti non sono un dettaglio decorativo: sono il vero linguaggio del potere e dell’identità». Per Simona Segre Reinach, antropologa della moda, Ester presentata ad Assuero è prima di tutto «una straordinaria messa in scena tessile», un’opera in cui la materia costruisce gerarchie, ruoli e trasformazioni.
Dal 26 febbraio fino al 26 aprile, l’arazzo fiammingo – tessuto a Bruxelles tra la fine del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento in lana, seta e fili metallici – sarà esposto al Memoriale della Shoah di Milano, in dialogo con uno dei luoghi simbolo della persecuzione nazifascista in Italia. Il capolavoro, proveniente dal Museo Poldi Pezzoli, raffigura il momento in cui Ester si presenta al re Assuero per intercedere a favore del popolo ebraico minacciato di sterminio. Accanto all’opera, quattro approfondimenti video accompagnano il percorso dei visitatori; tra questi, quello firmato da Segre Reinach, che legge l’arazzo attraverso la lente dell’abito.
«Siamo in una fase di raffinata transizione estetica», spiega. «Nel Nord Europa persistono elementi tardo gotici, la superficie piena, la ricchezza diffusa, l’ornamento che occupa ogni spazio, ma comincia a emergere una nuova attenzione al corpo e all’armonia, frutto del dialogo con l’Italia e con la cultura di corte borgognona». I mercanti viaggiano, i tessuti circolano, i motivi decorativi si trasformano. «Dall’Italia verso il Nord si diffondono broccati, modelli di eleganza, suggestioni che rielaborano anche elementi considerati orientali».
Ester
Ester, inginocchiata davanti al sovrano, è immersa in quella che Segre Reinach definisce «una foresta di tessuto». Lo strascico crea quasi un’isola attorno al suo corpo; le maniche ampie, la stratificazione dei materiali, i dettagli preziosi costruiscono un abito che appare «quasi un’armatura». I broccati d’oro replicano motivi floreali stilizzati – come il melograno – ritenuti di ascendenza orientale, rielaborati in Italia ed esportati nel Nord Europa. Anche gli interni visibili dei tessuti rivelano ricchezza e controllo formale. «È una femminilità molto trattenuta», osserva l’antropologa. «Ester è inginocchiata, ma non è debole. Il suo abito la sostiene, la struttura. È una donna che custodisce un segreto e che, attraverso la misura dei gesti e la ritualità dell’acconciatura, si presenta al re nei modi necessari». Le pettinature rimandano a modelli italiani e spagnoli; le fronti alte e depilate, nel modello del Nord Europa, indicano status e disciplina del corpo. Ogni elemento contribuisce a definire posizione sociale e intelligenza.
Assuero
Anche Assuero partecipa a questa teatralizzazione del potere. «È vestito in modo spettacolare», sottolinea Segre Reinach. Le piume di pavone dichiarano magnificenza; il volto rasato e i capelli ricci corrispondono a un ideale di bellezza maschile dell’epoca. Le spalle ampie costruiscono una figura quasi geometrica, già rinascimentale: «Potrebbe sembrare un duca di Borgogna».
I due personaggi sono complementari. Se Ester trasforma una posizione di apparente vulnerabilità in forza attraverso l’abito, Assuero incarna una sovranità costruita per immagini. «Qui la forma è altissima, controllata», conclude Segre Reinach. «Non siamo solo davanti a un’opera tardo gotica: siamo in un momento unico, in cui l’abito diventa dispositivo simbolico, strumento di rappresentazione e di relazione».
Al Memoriale della Shoah, questa ricchezza visiva si inserisce in uno spazio di memoria, aprendo una riflessione che attraversa secoli e linguaggi, sottolinea l’antropologa, dalla magnificenza tessile alla responsabilità della scelta di Ester.
Daniel Reichel