ISRAELE – Diplomazia in stallo e bunker pronti, l’ombra della guerra con l’Iran
Nulla si muove sul fronte delle trattative tra Iran e Stati Uniti, ma in Israele l’allerta è alta. Il timore di un naufragio dei negoziati e di una nuova guerra con il regime di Teheran attraversa tutta la società, raccontano i media locali. Non rassicura il monito dell’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee: in una mail inviata venerdì al personale dell’ambasciata ha scritto che chi vuole lasciare il Paese «dovrebbe farlo OGGI», in maiuscolo. Per poi aggiungere: «Non c’è motivo di farsi prendere dal panico», ma è importante «pianificare la partenza il prima possibile».
Il messaggio dell’ambasciatore Usa, riportato dal New York Times, si inserisce in un clima in Israele già sospeso tra attesa e inquietudine. Le parole d’ordine nel Paese sono preparazione e prudenza. Gli ospedali fanno esercitazioni, i comuni verificano i rifugi antiaerei, nei gruppi social di quartiere circolano istruzioni e numeri di emergenza.
A prepararsi sono soprattutto le strutture sanitarie. Il ministero della Salute ha distribuito raccomandazioni basate sulle lezioni dell’operazione “Rising Lion”, il conflitto di dodici giorni dello scorso giugno, racconta ynet. Tra le misure: maggiore isolamento tra i letti nei reparti sotterranei, installazione preventiva di separatori, limitazione dei visitatori, stanze di riposo dedicate al personale. Previsto anche il ricorso all’“igiene a secco” con salviette disinfettanti, per ridurre il rischio di infezioni in spazi affollati.
Il nodo è duplice: tutelare la dignità dei pazienti e preservare la tenuta psicofisica di medici e infermieri. Nell’ultima guerra i ricoveri sotterranei avevano evidenziato sovraffollamento, carenza di servizi igienici e forte stress per il personale costretto a turni prolungati senza luce naturale. «Le infezioni sono ciò che più ci preoccupa», ha spiegato a ynet un responsabile della divisione medica del ministero, sottolineando quanto la promiscuità possa favorire il contagio.
L’atmosfera nel Paese resta quella di una tensione trattenuta. Il New York Times descrive un umore nazionale che oscilla «tra ansia, rassegnazione e aspettativa» nelle ore in cui il presidente Usa Donald Trump valuta se colpire l’Iran. C’è chi controlla le notizie di notte e chi prova a mantenere una parvenza di normalità, preparando il rifugio condominiale ma continuando a lavorare e a mandare i figli a scuola. «È impossibile restare costantemente in stato di allerta», racconta una residente di Gerusalemme.
Ogni segnale viene interpretato come possibile indizio. Le chiamate dei riservisti, le analisi degli ex capi della sicurezza nei talk show, ma anche i voli: la compagnia olandese KLM ha annunciato la sospensione dei collegamenti con Tel Aviv dal 1 marzo. Un déjà-vu che riporta alla mente le cancellazioni a catena dell’ultimo conflitto.
Il precedente di giugno pesa. I missili iraniani avevano costretto milioni di israeliani nei bunker e colpito infrastrutture civili, incluso il Soroka Medical Center di Beersheba. Oggi si controllano scorte di farmaci e piani di emergenza, con lo scenario di un conflitto di settimane non più considerato remoto, come sottolinea l’emittente pubblica Kan.
Molti, come dimostrava un sondaggio dell’Israel Democracy Institute, ritengono il programma nucleare e missilistico iraniano una minaccia strategica da affrontare; altri temono che il secondo scontro con l’Iran in un anno possa essere più lungo e sanguinoso.
A descrivere il clima nelle famiglie è il quotidiano Israel Hayom, affidandosi alla psicotraumatologa Sarit Sheram-Yavin, che pone i riflettori sui giovani. «I bambini hanno “antenne” molto sensibili al pericolo», spiega l’esperta, direttrice del reparto infantile del Centro israeliano per la Psicotraumatologia.. «Percepiscono la tensione anche quando gli adulti tacciono». La routine è fondamentale per la stabilità emotiva; finché non ci sono istruzioni ufficiali diverse, mantenerla aiuta a creare certezza. Il consiglio è parlare con loro in modo semplice e rassicurante, evitare l’eccessiva esposizione alle notizie e non promettere ciò che non si può garantire. «Se succederà qualcosa, lo affronteremo insieme» è il messaggio da trasmettere, conclude Sheram-Yavin.
(Nell’immagine in alto, l’ambasciatore Usa Mike Huckabee con il direttore del Soroka, Shlomi Codish, dopo l’attacco iraniano all’ospedale del 26 giugno 2025 – Foto: David Azagury, Ambasciata Usa a Gerusalemme. Nell’immagine in basso, l’arrivo nella notte all’aeroporto Ben Gurion di nuovi aerei cisterna KC 135 dell’aeronautica militare Usa)