Ritrovare l’ebraismo siriano

Atterrando a Damasco, Susannah Heschel non immaginava di vedere un paesaggio tanto simile a Israele. «È sorprendente la somiglianza: il deserto, le montagne sullo sfondo, l’architettura. Ci sono anche edifici in stile Bauhaus». Somiglianze inattese, accanto a differenze profonde. «Il regime di Bashar al-Assad ha distrutto tutto. È incredibile quello che ha fatto: edifici bombardati, quartieri rasi al suolo, infrastrutture annientate. Davvero non capisco come un presidente possa fare questo al proprio popolo».
Per Heschel, studiosa americana di ebraismo, visitare Damasco lo scorso dicembre è stata «una delle esperienze più incredibili della mia vita». A Pagine Ebraiche racconta le contraddizioni di una Siria che prova a rialzarsi: un paese segnato dalla distruzione, ma custode di patrimoni da riscoprire, ferite ancora aperte e timide speranze di futuro. Il suo viaggio è nato da due spinte. La prima accademica: il Dartmouth College, dove Heschel insegna e dirige il programma di Studi ebraici, lavora da tempo a stretto contatto con gli Studi sul Medio Oriente. «Vogliamo incoraggiare collaborazioni reali», racconta, «scambi tra docenti e studenti, progetti comuni». Pochi mesi prima della partenza, l’ateneo ha lanciato una nuova iniziativa, la Dartmouth Initiative for Middle East Exchange (DIMEX), pensata proprio per creare partnership con istituzioni del Medio Oriente e del Nord Africa. «Il mio obiettivo era esplorare possibilità di cooperazioni accademiche». La seconda spinta è legata a una rete di relazioni costruita negli anni dal rabbino Asher Lopatin, figura centrale del dialogo interreligioso negli Stati Uniti. Lopatin è in contatto con la comunità ebraica siriana della diaspora, ma anche con siriani cristiani e musulmani. «Da anni lavora per mantenere viva la memoria dell’ebraismo siriano, un patrimonio enorme», spiega Heschel. «Cent’anni fa tra Damasco, Aleppo e al-Qamishli vivevano circa centomila ebrei. Oggi ne restano pochissimi, qualche decina, forse». Con la caduta di Assad e il nuovo regime guidato dall’ex jihadista Ahmad al-Shara, Lopatin ha guidato piccoli gruppi in Siria con l’idea di riportare vita ebraica nel paese. «È un’iniziativa di costruzione della pace», sottolinea Heschel. Uno spirito che l’ebraista americana conosce bene. Suo padre, rav Abraham Joshua Heschel, è stato uno dei grandi pensatori ebrei del Novecento, teologo e filosofo, impegnato nella vita pubblica. Nel 1965 marciò da Selma a Montgomery accanto a Martin Luther King Jr., coniugando fede e impegno per i diritti civili. Diritti cancellati sotto Assad e oggi, tra molte fragilità, tornati a essere rivendicati nella nuova Siria. «Per strada la gente era cordiale», racconta Heschel. «Salutavano, sorridevano. Mi sono sentita al sicuro». Con lei c’erano il rabbino Lopatin e un’altra persona, entrambi con la kippà. «Camminavano per strada, riconoscibili come ebrei, ma non è stato un problema». Una normalità che convive però con la cautela: «Non siamo sprovveduti. Ci sono zone molto pericolose», precisa. «Siamo stati prudenti».

La comunità ebraica locale è oggi ridotta a un pugno di persone, quasi tutte anziane. «Non immaginano un futuro», osserva Heschel, «ma sperano che il passato venga almeno conservato». Il simbolo più evidente di questa perdita è l’antichissima sinagoga di Jobar, nell’omonimo quartiere di Damasco. Un edificio con una storia di circa duemila anni, legato alla tradizione del profeta Elia, per secoli meta di pellegrinaggi e punto di riferimento della comunità ebraica. Oggi restano solo muri sventrati e spazi devastati. «Non è stata distrutta solo la sinagoga», racconta Heschel, «ma tutto il quartiere intorno». L’area è stata bombardata durante la guerra civile iniziata nel 2011, colpita anche da armi chimiche. «È difficile anche solo guardare».
Nel cuore della Città Vecchia, qualcosa resiste. Nel quartiere ebraico un membro della comunità ha restaurato un edificio di circa cinquecento anni, appartenuto a suo nonno, trasformandolo in una piccola locanda. Heschel e il suo gruppo hanno dormito lì per due notti. «È stato importante vivere in quel luogo, anche solo per poco». Il quartiere ebraico è a pochi passi da quello cristiano e non lontano da quello musulmano, fino alla Grande Moschea degli Omayyadi. «È tutto molto vicino», nota la studiosa. «Dice molto della storia di questa città».
Altro luogo simbolo dell’eredità fragile dell’ebraismo siriano è il cimitero ebraico di Damasco. Un’area vasta e silenziosa, diverse lapidi ancora intatte, molte rotte o cadute. È qui che Heschel ha cercato la tomba di Chaim Vital, cabalista del XVI secolo e principale discepolo di Isaac Luria, tra le figure più importanti del pensiero mistico ebraico. La tomba di Vital è oggi racchiusa in una struttura murata, chiusa e sorvegliata. Nella primavera 2025 era stata vandalizzata, ma, sottolinea la studiosa, «il mio obiettivo non era occuparmi di quello. Volevo solo pregare e onorare Vital». Grazie all’aiuto del rabbino Lopatin, è stata ritrovata anche la lapide della moglie del cabalista, rovinata ma ancora leggibile. «È stato molto commovente».
Fra pietre tombali spezzate e nomi consumati dal tempo, il cimitero restituisce l’immagine di una presenza ebraica che per secoli è stata parte integrante della Siria.
Accanto alla memoria, c’è il presente e le sue opportunità, come il dialogo tra studiosi. Dopo un colloquio telefonico con il rettore dell’Università di Damasco, Mohammad Osama Al Jabban, Heschel ha visitato l’ateneo. A colpirla è stato soprattutto l’interesse per le discipline umanistiche. «Mi ha sorpresa perché oggi molti rettori parlano solo di scienza e tecnologia. Qui invece si parlava di materie letterarie, anche se Al Jabban proviene dal campo scientifico». Durante gli incontri all’università, Heschel ha conosciuto diversi docenti e studiosi, tra cui esperti di scienze politiche e di discipline umanistiche. «Uno di loro si occupa di letteratura e poesia inglese, insegna anche autori americani», racconta. «Mi ha colpito la loro curiosità verso la nostra cultura. Vorrei capire cosa li attrae nella letteratura occidentale». Lo scambio non è stato privo di tensioni. «Abbiamo sentito anche posizioni molto dure sul sionismo», ammette. «I miei colleghi erano turbati». Heschel prova però a leggerle nel loro contesto: «Queste persone sono state isolate dal mondo per anni, vivendo sotto un regime totalitario. Tutto ciò che hanno sentito è propaganda. Non hanno mai incontrato un ebreo o un sionista. Chi racconta loro un’altra storia?». Qui, secondo Heschel, le discipline umanistiche possono contribuire alla costruzione della pace: offrire chiavi di lettura alternative, rompere narrazioni uniche, creare relazioni. «Fa una grande differenza quando qualcuno diventa amico di un ebreo, di un israeliano». È un’idea che influenza anche il suo lavoro a Dartmouth. «Insegno un corso insieme a un collega che si occupa di letteratura araba: discutiamo di modernità per ebrei e arabi nel XIX secolo. I parallelismi sono sorprendenti. È questo il tipo di lavoro che voglio promuovere».
Nonostante la distruzione, l’isolamento e le ferite ancora aperte, Heschel spiega di portare con sé soprattutto speranza. «Credo davvero che in Siria e in altri paesi ci siano persone stanche della guerra e della propaganda anti-israeliana e antisionista», conclude. «Sono stanche perché distrugge le loro vite. Vogliono pace, vogliono collaborazione. È tempo che le guerre finiscano. È tempo di vivere in pace e prosperare insieme».

Daniel Reichel

(Nell’immagine: la porta della sinagoga di Elfrange, a Damasco)