FRANCIA – La giudeofobia, sorella “emotiva” dell’antisemitismo
Il linguista e filosofo francese Jean-Claude Milner, già professore di linguistica a Paris VII e direttore del Collège international de philosophie, il 9 dicembre 2025 ha tenuto una conferenza per il seminario dell’École des hautes études en sciences sociales intitolato «Les Juifs et l’Europe», dedicata alla condizione ebraica nello spazio europeo. Formatosi nell’ambiente dell’École normale supérieure e legato negli anni Sessanta al gruppo dei «Cahiers pour l’analyse», ha seguito il seminario di Jacques Lacan e ne ha fornito una delle letture teoricamente più sistematiche, in particolare in L’œuvre claire. Milner, si legge su K. La Revue, ha esaminato la persistenza dell’antisemitismo e di ciò che ha definito «judéophobie», ossia giudeofobia, odio antiebraico, sostenendo la distinzione tra i due fenomeni: il primo come costruzione socio-politica dotata di forma argomentativa, il secondo come passione priva di fondamento razionale e anteriore a ogni giustificazione. Dopo la Shoah, ha osservato, la giudeofobia era divenuta socialmente impresentabile e l’antisemitismo apparentemente ridotto al silenzio dall’evidenza dei crimini nazisti; non è però scomparso, ma ha mutato lessico, oggetti e dispositivi di legittimazione. L’analisi si è concentrata sulla trasformazione storica della percezione della giudeofobia in Europa occidentale e sulle sue implicazioni contemporanee, indicando la persistenza di schemi emozionali sotto forme indirette e mascherate e la permanenza della questione ebraica come indice strutturale dell’autodefinizione europea. Il nucleo della conferenza rimane la relazione tra Europa ed ebrei come criterio di intelligibilità della sua forma storica. In questa prospettiva si colloca il dubbio che attraversa il testo dedicato alla possibilità di «un nuovo esilio».
La fine dell’antisemitismo?
L’Europa uscita dal 1945 si era pensata su un doppio presupposto, la continuità del processo di modernizzazione e la scomparsa dell’antisemitismo; è proprio questa costruzione a essere oggi rimessa in questione, non soltanto dalla riemersione dell’ostilità antiebraica ma dalla crisi interna delle forme politiche e culturali che avevano reso plausibile quell’ottimismo. Se l’antisemitismo, per sua natura, si adatta al linguaggio della modernità e ne assume di volta in volta gli strumenti argomentativi, la “judéophobie” appartiene al registro delle passioni e può riaffiorare indipendentemente dai mutamenti ideologici, limitandosi a rivestirsi di nuove giustificazioni discorsive. Da qui deriva l’idea che la sequenza storica inaugurata dall’emancipazione non costituisca una garanzia irreversibile. Il ritorno di simboli, lessici e immagini ostili agli ebrei non è letto come semplice ripetizione del passato ma come effetto di una trasformazione più ampia, che riguarda la difficoltà dell’Europa a pensarsi come spazio politico coerente e la fragilità delle sue promesse universalistiche. In questo quadro la condizione ebraica continua a funzionare come indicatore privilegiato dello stato della costruzione europea: quando l’integrazione vacilla, la presenza ebraica torna a essere percepita come problema e non come elemento costitutivo della storia del continente. La questione dello Stato di Israele interviene come fattore di ridefinizione simbolica, poiché la sua esistenza modifica la posizione degli ebrei nello spazio europeo e consente una nuova forma di imputazione politica che si sovrappone alle figure tradizionali dell’ostilità, spostando il lessico dell’antisemitismo sul terreno del discorso internazionale. Il riferimento all’esilio non designa dunque un evento già in atto ma una possibilità storica che riemerge nel momento in cui viene meno la fiducia nel carattere definitivo dell’emancipazione. La questione non riguarda soltanto la sicurezza delle comunità ebraiche ma la capacità dell’Europa di mantenere la promessa formulata dopo la Shoah, cioè di fare della memoria del proprio crimine interno il fondamento di una nuova forma politica. Quando questa memoria perde forza normativa, l’antica ambivalenza riappare e con essa l’ipotesi che la presenza ebraica torni a essere percepita come eccedente rispetto all’ordine europeo. In questo senso il «nuovo esilio» non è una previsione ma una categoria interpretativa che misura la distanza tra il progetto postbellico e la sua realizzazione storica e consente di leggere la riemersione dell’odio antiebraico come sintomo della crisi della forma-Europa. Tra i suoi testi apparsi in italiano I nomi indistinti (Quodlibet), La politica delle cose. Breve trattato politico (ETS) e L’opera chiara. Lacan, la scienza, la filosofia (Orthotes).