IL RICORDO – Liliana Picciotto: «Roby Bassi aveva una valigia…»

Le due ricorrenze – il ricordo di Roberto (Roby) Bassi a un anno dalla sua scomparsa e i settant’anni del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – si incontrano nella giornata di studio intitolata “Guardare oltre”, in programma oggi a Venezia in Sala Montefiore. Ad aprire i lavori sono i saluti istituzionali del presidente e del rabbino capo della comunità, Dario Calimani e rav Alberto Sermoneta, seguiti dalla consegna del premio di laurea “Roberto Bassi” promosso da Lia Pergola Bassi: un passaggio che mette subito al centro il tema della trasmissione e delle generazioni della ricerca. Una giornata che tiene insieme queste traiettorie e le rimette in circolo dentro una storia che non è solo biografica ma istituzionale e metodologica: come nasce un archivio, chi lo costruisce, con quale idea di futuro? A raccontare il passaggio è la voce di Liliana Picciotto, tra le principali studiose della deportazione degli ebrei dall’Italia, responsabile della ricerca storica del CDEC e autrice di lavori che hanno definito il campo degli studi sulla Shoah nel nostro Paese. Il suo lavoro, fondato sull’uso sistematico delle fonti e sulla ricostruzione nominativa delle vittime, ha trasformato l’archivio in uno spazio di conoscenza pubblica e di trasmissione. Il suo incontro con Bassi, racconta «risale agli anni in cui ancora solo si parlava di un museo ebraico, a Ferrara» quando un gruppo di persone “competenti” e interessate alla cultura ebraica e di studiosi si era riunito per discuterne. «C’era anche lui, per me era una specie di mostro sacro», ricorda. «Quel giorno gli ho chiesto di raccontarmi come era nato il CDEC… sapevo bene che ne era stato il fondatore, ma non sapevo esattamente come fosse successo». L’immagine, quasi una scena fondativa, è rimasta impressa nella memoria di Liliana Picciotto: «Mi ha detto allora che era nato tutto con una valigia che aveva sotto il letto, quando era studente, nell’alloggio dove stava a Venezia. Mi ha presa completamente di sorpresa. Roby mi raccontò come nei primi anni si raccoglievano documenti ma poi non si sapeva esattamente dove metterli. Mi ha dato un’impressione di instabilità assoluta, era un non-luogo»». Netto il contrasto tra quell’inizio precario e l’istituzione strutturata con cui si è confrontata più tardi: quando lei entra al CDEC, l’archivio è ormai organizzato, ci sono degli uffici e soprattutto la biblioteca. «Mi aveva colpito molto la distanza tra quelle due realtà», aggiunge. «E il loro metodo. I primi documenti, mi raccontò, li aveva raccolti lui facendo ricerche sui resistenti ebrei: aveva scritto decine e decine di lettere per capire chi fossero e che cosa avessero fatto». Senza strumenti, senza registratori, solo schede compilate a mano: «Non esisteva alcun macchinario per registrare i dati, allora, l’unica possibilità era fare domande e annotare tutto su carta…». Roby Bassi allora stava studiando medicina, ricorda Picciotto, e pur non avendo alcuna preparazione specifica si impegnava insieme ad altri in un processo che era per forza lento e laborioso, qualcosa che lei definisce «un’impresa in qualche modo eroica». Un eroismo, spiega, che non aveva nulla di retorico: «I ragazzi della Federazione Giovanile Ebraica Italiana allora si impegnavano moltissimo, con l’idea di fare cose che rimanessero, dopo di loro. Leggendo i resoconti dei congressi colpisce l’assoluta serietà, il senso di responsabilità che mettevano nel cercare di rivitalizzare l’ebraismo». In quella fase si inserisce anche la figura del colonnello Vitale, che già dal 1945 a Roma si era messo a raccogliere fotografie, liste di deportati, documenti. «Era in qualche modo un capostipite, forse ancora prima di Bassi, e alla fine ha devoluto il suo archivio al CDEC». All’inizio tra i due non c’era una grande sintonia, ricorda Picciotto: «Vitale era nato nell’Ottocento, ed era colonnello… aveva un modo un po’ militaresco di guardare la realtà. Roby lo descriveva bene: monocolo, ghette e bastone. Inizialmente erano ognuno sulle sue, si guardavano un po’ in cagnesco. Poi invece si sono amati alla follia», in un passaggio tra generazioni e modelli culturali diversi. La giornata veneziana mette a fuoco anche il Bassi presidente della Comunità tra il 1984 e il 1991, il medico, il testimone che in
 Scaramucce sul lago Ladoga, il libro pubblicato da Sellerio, ha trasformato la memoria in racconto, e il dirigente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. A questa traiettoria si collegano gli altri interventi della giornata: le note di Yonathan Bassi sul rabbino Giuseppe Bassi, la relazione di Picciotto su Roberto Bassi e la nascita della Fondazione CDEC, il lavoro di Grazia Loparco sulle storie di ebrei salvati a Roma nei mesi più bui. Nel pomeriggio, con la moderazione di Gadi Luzzatto Voghera, l’attenzione si sposta sulle carte d’archivio presentate da Laura Brazzo, sul lavoro della Fondazione CDEC sull’antisemitismo illustrato da Stefano Gatti, fino alle letture di Scaramucce sul lago Ladoga con Shaul ed Eva Bassi e al ricordo personale di Lia Bassi. Aggiunge ancora Picciotto: «Ora quando parliamo, quando raccontiamo, a volte sembra non servire a nulla, sembra di essere nel deserto». Eppure è proprio in questo deserto che la giornata veneziana trova il suo senso: «ricordare la sua figura ha un significato sia per noi che interveniamo che per la comunità di Venezia e per la memoria del CDEC», conclude. E per la Memoria, con la maiuscola. Una costruzione collettiva che restituisce il profilo di Bassi non solo come figura comunitaria ma come parte di una storia operativa della ricerca, che tiene in filigrana l’immagine più concreta, quella dei ragazzi che andavano nelle case con dei fogli da riempire.

(Nell’immagine, Roberto Roby Bassi al centro)