ISRAELE – Ventura e Margaliot, due testimonianze dai rifugi
«Meglio viverla qui, tra gli allarmi e i rifugi. La gente vuole esserci. Si soffre di più a stare lontani». Renzo Ventura, avvocato in pensione, emigrato da Firenze in Israele, risponde da Gerusalemme. E riassume così il sentimento di tanti israeliani nati in Italia e con un legame forte con il paese di origine. Gerusalemme, meno esposta in altre situazioni di emergenza degli ultimi due anni e mezzo, è ora uno dei fronti “caldi”. Nelle scorse ore frammenti di un missile iraniano sono caduti a breve distanza dal Monte del Tempio, rischiando di provocare danni anche ai luoghi sacri dell’Islam. «La casa in cui vivo è abbastanza nuova, quindi abbiamo la stanza blindata (mamad). Appena suona l’allarme ci rifugiamo dentro», racconta Ventura. L’andirvieni tra il mamad e resto della casa è continuo «e anche adesso, mentre stiamo parlando, si sentono scoppi in lontananza: è così da quando è iniziata la guerra».Per Ventura, nel paese c’è una sostanziale unità rispetto alla decisione presa dal governo israeliano. «Bibi o non Bibi, non è questo il punto. L’attacco è sostenuto anche dall’opposizione, non si vede un’altra strada possibile per agire nei confronti di un regime che sostiene Hezbollah, Hamas e Houthi e che se avesse l’atomica ci tirerebbe contro anche questa».
Ran Margaliot è un ex ciclista professionista e tra gli artefici della storica partenza del Giro d’Italia nel 2018 da Gerusalemme. Normalmente vive in un moshav nella valle di Izreel, nel nord. Nel caso di un lungo conflitto con Hezbollah «rischia di essere uno dei luoghi più pericolosi». Però «la verità è che oggi siamo tutti sulla stessa barca». Ha appena pronunciato queste parole da casa di sua madre, a Modi’in, quando suona l’allarme. «Scusa, ti devo lasciare, andiamo nel mamad».