MILANO – La dissidente iraniana: «Per 47 anni abbiamo atteso questo momento. Ora vogliamo giustizia e democrazia»

«Pensavo che avrei urlato di gioia. Invece ho sentito solo il vuoto». Da Milano, dove vive da dieci anni, Delshad Marsous racconta lo smarrimento della diaspora iraniana alla notizia della morte dell’ayatollah Ali Khamenei. «Per 47 anni abbiamo immaginato questo momento. Credevamo sarebbe stata una liberazione immediata. Quando è arrivata la conferma, però, dentro di me c’era il nulla. Un silenzio totale. Non sapevo se essere felice o triste. Come se tutto il dolore accumulato in questi anni si fosse svuotato all’improvviso». Per ore è rimasta una sensazione sospesa, quasi irreale. «Molti amici mi hanno detto la stessa cosa: pensavamo di festeggiare, invece ci sentivamo svuotati. È difficile spiegare cosa significhi vivere per quasi mezzo secolo sotto un’ombra così ingombrante».
Poi sono arrivate le piazze: manifestazioni contro il regime si sono svolte a Parigi, Berlino, Londra. Anche a Milano, davanti al consolato della Repubblica islamica, centinaia di persone si sono radunate tra canti, lacrime e bandiere. «Quando ci siamo visti tutti insieme, qualcosa si è sbloccato. Abbiamo pianto, abbiamo ballato, abbiamo urlato. Molti tenevano in mano le foto dei familiari uccisi. In quel momento il vuoto ha lasciato spazio a un’emozione collettiva, difficile ma vera».
Accanto alle bandiere iraniane – spesso con il leone e il sole, simbolo dell’Iran prima della rivoluzione – sventolavano anche bandiere di Israele ed erano presenti rappresentanti della comunità ebraica milanese. «È stato un segno potente», sottolinea Marsous. «Vorrei che il mondo capisse che il popolo iraniano non ha nulla contro il popolo israeliano o contro il popolo ebraico. Il nostro nemico era ed è il regime. Noi non cerchiamo guerra, cerchiamo pace e relazioni normali con tutti».
La gioia è segnata dal dolore. «Nell’ultima repressione sono state uccise decine di migliaia di persone. È un numero che dovrebbe togliere il fiato. Eppure troppo spesso, anche qui in Europa, c’è chi ha guardato all’Iran solo attraverso una lente ideologica, dimenticando le vittime. Quelle persone non erano simboli politici: erano il popolo iraniano».
Marsous non nasconde la complessità del momento. «Nessuno ama la guerra. Sappiamo cosa significa. Avremmo voluto un processo, volevamo vedere Khamenei rispondere dei suoi crimini davanti a un tribunale. Non è accaduto. Ma per molti iraniani si era arrivati a un punto in cui non sembravano esserci più alternative».
Domani, davanti allo stesso consolato in cui lei e altri dissidenti della diaspora hanno manifestatato, è previsto un presidio promosso da diverse sigle, tra cui la Cigl Milano, contro la guerra “di Israele e Usa”, come recita uno degli slogan. Una lettura che Marsous contesta con fermezza. «Tutti siamo contro la guerra. Chi vuole la guerra? Nessuno. Ma mi dispiace quando si guarda a quello che accade in Iran solo attraverso un’ideologia. Questo conflitto non nasce oggi e non nasce fuori dall’Iran. È il regime che per 47 anni si è costruito nemici, ha represso il suo popolo, ha portato il Paese fino a questo punto. Non si possono dimenticare le vittime iraniane».
Per la stilista, il rischio è che nel dibattito europeo si perda di vista la responsabilità interna del regime. «È molto doloroso per noi vedere certe immagini, sappiamo che nei bombardamenti ci saranno vittime civili, sappiamo che dovremo piangerle. Ma è altrettanto doloroso quando si ignora cosa è successo dentro l’Iran, quando si dimentica chi è stato ucciso, torturato, incarcerato in questi anni».
Ora lo sguardo è rivolto al futuro. «Nelle carceri iraniane, penso a Evin, ci sono donne e uomini capaci, che hanno lottato per una democrazia secolare. Se quelle porte si apriranno, l’Iran potrà ripartire. Non succederà in un giorno: servirà tempo per guarire da 47 anni di paura e repressione. Ma il potenziale esiste».

L’incontro al Teatro Parenti
Questa sera, al Teatro Franco Parenti di Milano, Marsous cura un’iniziativa dedicata alle voci femminili dell’Iran tra legge, cultura e resistenza. «Le donne iraniane sono state messe ai margini per decenni, ma non hanno mai smesso di lottare. Sono entrate nella società, hanno aperto spazi, hanno resistito. In un nuovo Iran dovranno essere protagoniste della costruzione democratica». Nella diaspora, conclude Marsous, convivono emozioni contrastanti. «C’è sollievo, c’è dolore, c’è incredulità. E c’è una speranza fragile, che per la prima volta sembra concreta. Non sappiamo cosa accadrà. Ma sappiamo che non vogliamo più che il mondo distolga lo sguardo quando il popolo iraniano viene massacrato».

Daniel Reichel