ISRAELE – Maschere e sirene: Purim ai tempi dei missili iraniani

Tra un allarme antimissile e l’altro, nel parco giochi vicino casa di Tana Abeni, a Giv’atayim, i bambini giocano mascherati per Purim. La figlia grande, sei anni, è vestita da unicorno, con un cerchietto lucido tra i capelli. «È la prima volta che usciamo di casa da venerdì, avevamo bisogno di una boccata d’aria», racconta. Intorno, genitori seduti sulle panchine con il telefono in mano, le notifiche del Comando del Fronte Interno attive, lo sguardo che ogni tanto si alza verso il cielo.
La festa a scuola è stata annullata, come tutte le attività in presenza. Qualcuno aveva provato a organizzare un incontro informale negli spazi scolastici, ma il Comune di Giv’atayim ha inviato un messaggio severo: vietati assembramenti, attenersi alle istruzioni. Eppure il quartiere non è immobile. «I giardinetti sono pieni di bambini mascherati e le famiglie trovano il modo di vedersi», spiega Abeni, milanese d’origine, oggi manager per l’assistenza clienti italiana in un’azienda israeliana e dj. «Ci si adatta in fretta».
Quando parte la sirena, la scena cambia senza drammi. «Eravamo al bar e stavamo per andare via. Siamo scesi nel rifugio pubblico lì vicino». La figlia non ha bisogno di spiegazioni. «Al primo allarme, sabato mattina alle sette, ha preso le ciabattine ed è scesa senza panico. Non l’avevamo preparata: è già allenata, purtroppo». L’emergenza è diventata un automatismo. Il più piccolo, un maschietto di quasi un anno, osserva, saluta con la manina e si lascia intrattenere dai vicini nel rifugio. «Gli piace vedere facce nuove». La grande ha un’amica che abita nello stesso palazzo: quando suona la sirena portano giù qualche gioco e continuano lì. «Ormai si cercano e per loro è quasi un appuntamento».
Da Tel Aviv Raphael Barki, già presidente del Comites (Comitato per gli italiani all’estero), descrive una città rallentata. «È abbastanza deserta. Qualcuno l’ha paragonata a Yom Kippur. Non è la stessa cosa, ma l’immagine rende». I suoi figli, 13 e 16 anni, reagiscono con compostezza. «Sono tranquilli. E quando loro sono tranquilli, lo siamo anche noi. E se non c’è scuola, son sempre contenti».
Ma la guerra lascia segni concreti. «La scuola di mio figlio Ashèr è stata danneggiata dall’onda d’urto di un missile che ha colpito Tel Aviv», spiega. «I vetri delle finestre sono andati in frantumi e si sono sparsi nella palestra». Nessun ferito, ma l’immagine dei frammenti sul pavimento è rimasta impressa.
La lettura della Meghillà, racconta, si è svolta senza interruzioni. «Sia ieri sera sia stamattina è andata liscia». Non è andato al Tempio italiano: «Volevamo andare all’ospedale Ichilov, dove c’è un tempietto, ma lungo la strada ci siamo fermati in una casa di riposo dell’associazione Wizo ancora più vicina. C’era un minian piccolo, abbastanza intimo». Prima di entrare, la verifica consueta: presenza di uno spazio protetto. «Ormai ogni decisione passa da lì».
Nel palazzo dove vive Barki, il rifugio sotterraneo è diventato anche un luogo di incontro. «Ti ritrovi con vicini che hai sempre salutato e mai conosciuto davvero. Scopri che uno è psichiatra, un altro avvocato». Si scambiano battute, si aspettano i messaggi di cessato allarme. La notte precedente l’allarme li ha svegliati di colpo. «Di solito c’è un primo preavviso quando viene rilevato il lancio, e poi la sirena che ti dà un minuto e mezzo per raggiungere il rifugio. Se i missili partono dall’Iran hai qualche minuto in più per organizzarti. Questa volta, invece, il preavviso e la sirena sono stati quasi attaccati: significa che arrivavano da più vicino. Abbiamo dovuto muoverci in fretta, ancora mezzo addormentati».
Anche la dimensione festiva si è adattata. «Tutto è stato virtualizzato. Incontri su Zoom, auguri online per la festa». I mishloach manot – lo scambio tradizionale di cibo tra amici e conoscenti per Purim – sono stati organizzati tramite applicazioni di consegna a domicilio. «Le mitzvot si possono fare anche così», osserva.
Purim, festa della salvezza e del rovesciamento della sorte, assume un significato più concreto. «È molto simbolico», sottolinea Barki. «Quando si parla del malvagio Amalek, oggi lo senti in modo diverso». Intanto circolano vignette e video ironici per alleggerire la tensione. «Non è piacevole vivere una guerra, ma si cerca comunque di sorridere».
Per Abeni, la fatica non è solo quella delle sirene. «La cosa più difficile», confida, «è la sensazione che fuori da Israele non sempre si comprenda davvero cosa stiamo vivendo». L’idea di trascorrere qualche giorno in Europa non le appare più come una parentesi di sollievo. «Non la vedo come un’isola di salvezza. Mi capita di avere paura perfino di parlare ebraico per strada quando viaggio con i bambini». Se qui la minaccia è concreta, identificabile, altrove, aggiunge, è più sfumata. «Fuori da Israele si avverte più diffidenza, meno empatia, quando non aperta avversione. Qui almeno sappiamo perché resistiamo. Fuori, a volte, la sensazione è di essere soli».

d.r.